«THE BATTLE AT GARDEN’S GATE - Greta Van Fleet» la recensione di Rockol

La battaglia fuori dal tempo dei Greta Van Fleet

L'ambizioso secondo disco della band guidata dai fratelli Kiszka: canzoni "cinematografiche" e un suono che diventa sempre più personale

Recensione del 16 apr 2021 a cura di Gianni Sibilla

Voto 7,5/10

La recensione

Proviamo a mettere da parte i vecchi discorsi sui Greta Van Fleet. Ok, se sentite il riff di "Built by nations", quarta traccia di “The battle at garden’s gate”, è quasi impossibile che la mente non corra a "Whole lotta love" (anche se a me in certi passaggi ricorda più i mai troppo celebrati Kula Shaker). Ma è quasi l'unico momento del disco: la band è cresciuta e tanto. E se già "Anthem of the peaceful army" esorcizzava i fantasmi dei Led Zeppelin, il secondo difficile album li elimina quasi del tutto.
Concentriamoci su quello che c'è in questo album.

L'atteso secondo album

Il mondo è cambiato da quel 2017-2018 in cui si iniziarono ad ascoltare le prime canzoni della band e in cui il loro nome era sulla bocca di tutti. Che ci sia una giovane band rock in circolazione sorprende decisamente meno. Però, come sempre, il secondo album è quello a cui viene aspettata al varco un gruppo di successo all'esordio. Come a dire: "Vediamo se era un caso o se ci sanno fare davvero".

La seconda che hai detto, direbbe Guzzanti/Quelo: "The battle at the garden's gate", semplificando, è un disco solido e mostra una band che va avanti. Sia chiaro: il mondo è sempre quello; se non vi piacevano prima, o se non vi piace il genere difficile che cambiate idea. Ma nel loro genere - un rock classico e vintage - i Greta Van Fleet sono una realtà, non sono un caso. Sono bravi, sanno scrivere e sanno suonare.

La produzione e il sound

Il primo punto di maturazione, rispetto ad "Anthem of the peaceful army", è che è un disco più omogeneo e compatto - non solo per la sua vocazione di concept, come ci ha spiegato Sam Kiszka nella nostra intervista Ma per un motivo semplice: dietro la consolle c'è uno dei più ricercati produttori della musica contemporanea, Greg Kurstin.

La cosa curiosa è che loro dicono di averlo scelto più per il lavoro con Paul McCartney che per quello con i Foo Fighters. Ma il punto è che l'album passa da canzoni aperte e rock in una maniera più classica come l'iniziale "Heat above" a pezzi più hard come la già citata "Built by nations", all'epica conclusione di "The Weight of Dreams". Kurstin ha aiutato il gruppo a proseguire sulla dimensione più cosmica e hippie già sperimentata in "Anthem" e lo si capisce da i numeri. il disco è più lungo (63 minuti), le canzoni pure (7 su 12 viaggiano attorno ai 5 minuti, nel disco precedente erano 3 su 11). Segno di una ricerca verso dimensioni più ariose, con canzoni che sono dei viaggi, come "Broken bells", che si apre e si chiude con un abbondante uso d'archi, per finire su un intreccio tra chitarra acustica, piano elettrico e chitarra elettrica davvero notevole.

E gli hater?

Haters gonna hate, diceva qualcuno - la riposta di Sam Kiszka è nel video qua sotto. Loro dicono che il rock non è rinato, si è solo risvegliato. Ma se fosse morto o addormentato, poco importa: quella dei Greta Van Fleet è ottima musica. "The garden at garden's gate" è la conferma di una band che, al di là dei discorsi stereotipati, ha l'ambizione di fare album organici, e non canzoni usa e getta.

 

 

TRACKLIST

01. Heat Above (05:41)
02. My Way, Soon (04:15)
03. Broken Bells (05:50)
04. Built By Nations (03:58)
05. Age of Machine (06:53)
06. Tears of Rain (03:50)
07. Stardust Chords (04:57)
08. Light My Love (04:30)
09. Caravel (04:55)
10. The Barbarians (05:20)
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