Greta Van Fleet: “Il rock non sta rinascendo, si sta solo risvegliando"

Intervista al gruppo, che racconta il secondo, "cinematografico" album: “The Battle At Garden’s Gate” esce venerdi 16 aprile. "Gli hater? siamo una rock band, non ce frega un c..."
Greta Van Fleet: “Il rock non sta rinascendo, si sta solo risvegliando"

C’è stato un momento in cui i Greta Van Fleet erano la band più chiacchierata, discussa e divisiva della musica mondiale. Il discorso su di loro non aveva vie di mezzo: erano la grande speranza del rock oppure dei banali cloni dei Led Zeppelin. Pubblicare un articolo su di loro significava generava la stessa attenzione riserva a quella di nomi rock ben più consolidati.
Cosa è cambiato, quasi tre anni dopo?  “The battle at garden’s gate” arriva segue il debutto “Anthem of the peaceful army” (2018).

Una conferma di quello che mi raccontano via Zoom da Nashville: “Siamo una rock band, non ce ne frega un cazzo”. Tradotto: vanno avanti per la loro strada, si allontanano dai modelli che gli hater invocavano per denigrarli, alla ricerca di un suono comunque vintage.
I Greta Van Fleet rimangono fedeli ad un immaginario contemporaneamente fuori dal tempo, ma esplorano nuove strade, grazie alla presenza di un produttore come Greg Kurstin (Foo Fighters, Adele, Paul McCartney): "Gli abbiamo spiegato che volevamo fare qualcosa di grandioso, cinematografico e imprevedibile". Ecco cosa ci ha raccontato, Sam Kiszka, il bassista della band che assieme ai fratelli Jake e Josh costituisce il nucleo del gruppo.

Avete avuto un grande successo mentre eravate ancora ragazzi. Come lo avete gestito e come si è evoluta la band, negli ultimi anni?
Credo che questo album sia l'esito di una sfida iniziata 8 anni fa. Non abbiamo mai voluto essere una band che suona sempre le stesse cose. Abbiamo provato a scrivere in modi diversi, usando attrezzature tanto di decenni fa quanto tecnologie recenti, per esempio.

L’aggettivo che ricorre di più quando parlate del nuovoo disco è “Cinematografico”. Ci spieghi cosa intendete con questa parola?
È come se fosse la colonna sonora di un film che non esiste ancora. È una questione di attitudine: un suono grande e panoramico. Musica che va dai bassi più bassi agli alti più alti, con temi e parole ricorrenti. È una grande storia, in un mondo di finzione.

Qual è la storia che raccontate in "The Battle At Garden’s Gate"?
Una storia di speranza. Si parla di errori, di umanità, delle sfide che si affrontano. Usiamo queste metafore e un mondo immaginario, ma che ha molto a che fare con la nostra realtà. È una sorta di chiamata alle armi: pensiamo alle soluzioni. Le storie rendono comprensibile problemi complessi.

La battaglia del titolo è quella culturale di questo periodo, quindi? 
Ciò che  sta fuori i cancelli del titolo sono tutte le cose sgradevoli dell’umanità, tutto ciò che la può distruggere. Ciò che sta dentro è la perfezione teorica, il giardino dell’Eden. È una battaglia per preservare la bellezza dell’umanità, il legame con l’anima. “Age of machines”, per esempio, parla di come l’industria e la tecnologia vadano maneggiate con cura, se no possono distruggere l’umanità.

Quando avete iniziato a lavorare al disco?
Un anno e mezzo fa siamo andati da Greg Kurstin. Gli abbiamo spiegato che volevamo fare qualcosa di grandioso, cinematografico e imprevedibile, lui ha risposto che ci poteva aiutare. Ci siamo messi a parlare della nostra musica preferita, dai Kinks a Ennio Morricone, e ci siamo capiti. Così abbiamo iniziato a lavorare assieme, partendo da una canzone: funzionò, e abbiamo finito per inciderne 15 assieme. 

La pandemia ha rallentato il processo? 
In realtà ha avuto effetto sull’ultima parte. È stata una questione di serendipità, in realtà: due canzoni tra quelle che avevamo inciso non funzionavano - così durante la pandemia abbiamo lavorato ad un altro paio, le ultime, mentre lui era alle Hawaii, lavorando su Zoom. Nella seconda sessione, con il lockdown allentanto. Ci siamo ritrovati a Hollywood, nei vecchi studi della A&M, quelli dove avevano lavorato Joni Mitchell, gli Stones, Tom Petty. Un luogo veramente magico.

Greg Kurstin ha lavorato con artisti molto diversi e non solo nel rock. Come mai avete scelto di lavorare con lui?
Lo abbiamo scelto proprio per questo motivo. Ci ha affascinato il suo lavoro su “Egypt Station” di McCartney. Ha molta esperienza, molto varia: sapevamo che potevamo fare qualsiasi cosa con lui, da una canzone rock e aggressiva ad una canzone acustica e folk. Sapevamo che avrebbe capito generi diversi. È un camaleonte.

Hanno parlato di voi come di un simbolo della rinascita del rock: una band giovane che suona già classica. Ma questa rinascita c’è davvero?
In realtà tendiamo a non guardarci troppo intorno. Non so se c’è una rinascita, ma vedo che ci sono band che magari sono poco dietro di noi che guardano a quel suono. Non lo dico per egomania, ma come constatazione: noi siamo stati i primi di questo nuovo filone ad avere successo, ma ci sono band che stanno crescendo. È un risveglio, piuttosto.

Di fatto, siete una band che genera reazioni opposte e polarizzate. Avete molti hater che vi ritengono troppo simili a gruppi come Led Zeppelin o Aerosmith. Che effetto vi fa?
Sinceramente? Siamo una rock band, non ce ne frega un c… Amiamo la musica, amiamo i nostri fan, e pure i nostri hater. Alla fine, ci fanno un favore, ci aiutano ad attirare l’attenzione.

 

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