«TOPAZ - Israel Nash» la recensione di Rockol

Visionario e idealista: il folk cosmico di Israel Nash

Nel nuovo album "Topaz" le troppe distanze, sociali e personali, dell'America di oggi, viste sotto la lente di un cantautore fuori dal tempo, un po' hippie e un po' santone

Recensione del 12 apr 2021 a cura di Marco Di Milia

Voto 7,5/10

La recensione

Poche le possibilità di contenere tra quattro mura gli orizzonti senza confini che riempiono la musica di Israel Nash. Abituato tanto alla vita on the road quanto a uno spirito eternamente randagio, il musicista ormai di base a Austin, Texas, ha trovato una salvifica via di fuga dall’isolamento forzato nelle armonie delicate e intense di un album in cui ha fissato un equilibrio tra il proprio mondo interiore in cerca di rasserenamento e quello lasciato fuori dalla porta che vedeva giorno dopo giorno andare sempre più alla deriva.

Gemme senza confini

In questo modo nel nuovo “Topaz”, quel senso di smarrimento provato in prima persona dal cantautore, figlio di un pastore metodista, è stato il punto di partenza per mettere a fuoco le proprie riflessioni, in una variegata geografia degli States, che riunisce folk, psichedelia, roots, country e soul. Passando quindi dalla malinconia alla rassicurazione, i sentimenti di Israel riescono così a uscire dagli stretti confini di uno studio di registrazione ricavato in una vecchia capanna nel mezzo del nulla per riferire dell’America di oggi, con un’aura da eterno hippie e il bisogno di trovare un senso alle moderne tensioni politiche e sociali.

Sospeso così tra speranza e dolore, Nash descrive i suoi stati d’animo in brani apparentemente distanti, come in “Canyonheart”, in cui paragona il suo cuore arido alle immense gole scavate dal fiume Colorado, oppure nelle suggestioni drammatiche di “Sutherland Springs” mettendo in scena con un’intensa ballata una della più sanguinose stragi americane, quando Devin Kelley fece fuoco sui fedeli riuniti in una chiesa battista texana uccidendo 27 persone e ferendone altre venti. Un racconto crudo e spietato, dove le note dell’armonica a bocca e della lapsteel guitar si fondono infine in un turbinio polveroso che sembra arrivare direttamente dal profondo Sud.

Cosmic folk

Ancora, “Topaz” si carica di inviti alla riflessione, a mettere i puntini di sospensione dove occorrono per cercare di rimettere le cose a posto in un Paese che vive di troppe contraddizioni. “La musica può essere lo spazio in cui le persone pensano, anche solo per pochi minuti. Si tratta di creare qualcosa che stimoli la riflessione”, ha dichiarato in proposito lo stesso Israel Nash, mettendo insieme i suoi studi di Scienze Politiche e una poetica libera di respirare in ogni direzione il grande ciclo dell’Americana. Si susseguono quindi le suggestioni morbide di brani evocativi di ampi spazi e ugge esistenziali come “Closer”, “Stay” o “Indiana”, dove l’intreccio di chitarre, banjo, fiati e un gusto a metà tra le atmosfere bucoliche di Neil Young e quelle cosmiche di Chris Robinson convivono in un lavoro al tempo stesso serafico e pure passionale.

Dall’iniziale “Dividing lines” alla conclusiva “Pressure”, il centro dell’intero “Topaz” sono i rapporti umani, ora più che mai tanto complicati, eppure il suo autore riesce a farne una sequenza quasi rassicurante, anche quando, nell’ultima traccia, scava ancora più a fondo nell'angoscia e in un naturale bisogno di empatia che adesso le distanze fisiche sembrano quasi voler negare.

Dal suo isolamento, Nash ha quindi trasmesso le proprie vibrazioni visionarie seguendo il filo di pensieri solitari in cui ogni singola parola è scandita con una vocalità magnetica, ma anche da coloriture e tessiture calde e ammalianti, come il southern blend della chitarra di Adrian Quesada dei Black Pumas - che nel disco figura anche in veste di co-produttore - o l’enfasi delle grandi big band con trombe, sax, piano e cori gospel.  .

Vecchie radici e nuove vibrazioni

Le radici in cui affonda “Topaz”, al pari di quelle dello stesso Israel Nash, si riverberano così tra passato e presente per descrivere una quotidianità alquanto disarmante e ancora tutta da definire attraverso suggestioni di oltre mezzo secolo indietro. Segno che certi ideali non passano mai davvero di moda.

TRACKLIST

01. Dividing Lines (04:49)
02. Closer (05:33)
03. Down in the Country (03:34)
04. Southern Coasts (03:36)
05. Stay (05:05)
06. Canyonheart (03:51)
07. Indiana (03:23)
08. Howling Wind (04:51)
09. Sutherland Springs (04:41)
10. Pressure (05:19)
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