«PROMISES - Floating Points & Pharoah Sanders» la recensione di Rockol

La sinfonia jazz di Floating Points e Pharoah Sander: believe the hype

Il producer inglese e il leggendario sassofonista allievo di Coltrane assieme alla London Orchestra per una suite che commuove (e che fa discutere).

Recensione del 01 apr 2021 a cura di Gianni Sibilla

Voto 9/10

La recensione

Un disco importante, per diversi motivi: "Promises" di Floating Points e Pharoah Sanders è un lavoro che si ama o si liquida come noioso. È una di quelle uscite che stanno facendo discutere. Per dire: Pitchfork gli ha dato 9, il New York Times gli ha dedicato un gran pezzo, il Guardian lo ha definito "straordinario" e "da togliere il fiato". Si è parlato di capolavoro (compreso chi scrive, nell'approfondimento dedicato alla storia dell'album uscita venerdì). E ovviamente, quando c'è un'esaltazione di questo genere, arriva una reazione uguale e contraria - con commenti di chi lo definisce sopravvalutato, etc.
"Don't believe the hype", come dicevano i Public Enemy? No, believe it: è un album stupendo.

Se definirlo "capolavoro" vi sembra affrettato, proviamo allora con una definizione diversa. "Instant classic" può andare? Un ossimoro, certo; ma rende bene l'idea di un album che ha tutte le caratteristiche per restare, fin dal primo ascolto, in barba alla musica effimera e in serie che alimenta le piattaforme, su esplicita richiesta dei CEO.
Il modo in cui è stato accolyo a che fare con le peculiarità del disco, ma anche con il modo in cui il progetto è stato presentato. Provo a mettere in fila un po' di cose e a spiegare perché questo album va ascoltato.

"Promises": la storia

Ad attirare, di promises è la presenza di  Pharoah Sanders - uno degli ultimi grandi del periodo d'oro del Jazz, allievo di John Coltrane e Sun Ra. Sanders è un personaggo schivo e umile (leggete questa stupenda intervista del New Yorker di un paio di anni fa), nonostante la sua grandezza - e assente dalle scene discografiche da tempo. Non è la prima volta che compare fuori dal suo ambito (in questi giorni si sono ricordati i Galliano, e la loro "Prince of peace", 1992), e certo non il primo disco "crossover" tra elettronica, jazz e altri generi. Ma questa volta è diverso. "Promises" è un lavoro che ha richiesto 5 anni di gestazione, è frutto di una collaborazione organica, profonda, articolata - e si sente. L'altro è Floating Points, ovvero Sam Sheperd, uno dei più stimati producer inglese di elettronica, uno con la passione per l'inclusione del jazz e del rock nella sua musica. Se ci aggiungete la presenza della London Simphony - orchestra stimata a livello mondiale - già sulla carta è un progetto in grado di coinvolgere diversi pubblici.

In pratica è anche meglio: una composizione fluida in nove movimenti, basata su una ripetizione di un giro di poche note di piano, su cui si innestano il sax di Sanders, i suoi vocalizzi, l'orchestra, le tastiere di Shepard, qualche coloritura elettronica. Un viaggio, con momenti di minimalismo puro, altri più coloriti - su cui svetta la voce del sax di Sanders, davvero commovente.
"Promises" è un album che richiede un tipo di ascolto a cui non siamo più abituati: concentrazione per i 46 dell'opera, da ascoltare senza interruzioni .

All'opposto può anche diventare una sorta di sottofondo, una muzak di altissima qualità che aiuta a rilassarsi:  - forse anche per questo qualcuno le definisce noioso. .
Può ovviamente non piacere, ma è un album che mette assieme in maniera magistrale generi diversi, che si fondono l'uno nell'altro, facendo perdere senso ad ogni etichetta. Un lavoro che unisce anche diverse culture: il producer inglese bianco e poco più che trentenne, l'orchestra e la musica "colta", la leggenda ottantenne afroamericana, l'artista di seconda generazione che nelle sue opere ragiona sulle migrazioni e sulle contraddizioni della società attuale (Julie Mehretu, autrice della copertina). Una dimostrazione di come le barriere e i muri esistano più nella testa che nella pratica.

La copertina e la versione in vinile

È parte integrante di questo progetto. Nella versione vinile è un capolavoro: un cut-out che rende visiboli solo tre trapezi dell'originale, che si rivela solo nell'apertura. Si tratta di "Congress", opera del 2003 di Julie Mehretu, che è un personaggio di suo, tanto che Time l'ha inclusa tra le 100 persone più influenti del 2020. Figlia di padre etiope e madre americana, nei suoi lavori mette in scena i contrasti, le dislocazioni e la tensione alla diversità della cultura e della società contemporeana, con opere gigantesche su diversi strati: dagli elementi grafici di mappe urbane e modelli archiettonici a forme più astratte che rappresentano il caos contrapposto all'ordine, assieme a simboli recuperati dall'immaginario comune.  L'illustrazione perfetta per lo spirito di "Promises".

Capolavoro o no?

Un mese fa mi è arrivata una mail dell'ufficio stampa, che annunciava il progetto, pubblicato da Luaka Bop, onorata etichetta fondata da David Byrne che sulla contaminazione lavora da decenni. Attirato dai nomi, ho chiesto subito di poterlo ascoltare e ho pensato a come raccontarlo su Rockol - nonostante sia abbastanza lontano dal pop e dal rock che raccontiamo solitamente in queste pagine. L'ho ricevuto subito, l'ho ascoltati
Quando venerdì è uscito il pezzo con la storia: ho optato per un titolo più descrittivo - definendolo "capolavoro" solo nel paragrafo finale.

Vedo che la presenza di questa definizione, usata da altre testate nel titolo, ha generato un po' di dibattito, almeno in una piccola e appassionata bolla.  Altrettante reazioni contrarie: comprensibili per certi versi, perché l'hype ha spesso l'effetto opposto, portando a diffidenza e scetticismo .

Credo che questi toni siano in parte dovuti - più che alle modalità polarizzate del discorso sociale che inevitabilmente investono anche chi scrive di musica, su una testata o nei commenti di un post social - alla strategia di lancio del disco. 
Farlo ascoltare prima ad un po' di giornalisti, a cui sono state fornite pochissime informazioni ma nessuna intervista; puntare molto sui nomi coinvolti - in grado di attirare automaticamente pubblici molto diversi  -  e quello di pochi "influencer" (un post entusiasta di Four Tet, per dirne uno, che lo ha definito "il miglior album in uscita quest'anno").

Poi un'anteprima generale in streaming furbamente costruita come una "non visual experience": non era uno streaming audio, ma un video nero che invitava ad ascoltare in religioso silenzio - a marcare la differenza dai videoclip e dalle performance digitali di questo periodo. Quindi lasciare che il tanto famigerato hype si costruisse da solo. Obbiettivo centrato.
Più che un disco che rivela le dinamiche dei discorsi sociali sulla musca, mi sembra quindi un grande album con una strategia di comunicazione appropriata,  conscia di promuovere un contenuto di grande sostanza che avrebbe generato interesse e dibattitto. 

La percezione che ho avuto fin dal primo ascolto - che ho avuto la fortuna di fare senza quasi nessuna informazione - è quella di un lavoro  fuori dagli schemi e dal tempo.  In un mese di ascolti prima di scriverne - una rarità e un indice del buon lavoro di comunicazione sull'album, visto che spesso ci si trova a preparare un pezzo dopo un paio di ascolti - il disco continua a crescere. 
Hype o non hype, vi auguro che riusciate ad avvicinarvi a questo album e lasciarvi conquistare. E che magari riusciate a trovarlo in vinile perché la copertina da sola vale i soldi. "Promises" non vi lascerà indifferenti, ed è già tanto in questa epoca di musica mordi e fuggi.

TRACKLIST

01. Movement 1 (06:24)
02. Movement 2 (02:31)
03. Movement 3 (02:32)
04. Movement 4 (02:31)
05. Movement 5 (04:25)
06. Movement 6 (08:50)
07. Movement 7 (09:28)
08. Movement 8 (07:22)
09. Movement 9 (02:09)
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