La musica cosmica di Pharoah Sanders e Floating Points

Il producer inglese e il leggendario sassofonista jazz, allievo di Coltrane, assieme alla London Simphony Orchestra per una "non visual experience" che fa bene alla testa e al cuore
La musica cosmica di Pharoah Sanders e Floating Points

Ultimamente capita spesso di sentire discorsi sui come i generi musicali non abbiano più senso. Lo sostiene Spotify (salvo poi usarli come mappa d'orientamento per l'ascoltatore). Lo sostengono gli artisti, che ci spiegano che non vogliono essere definiti "rock" o "trap" o in altri modi. Ma questa - spoiler! - non è una novità: agli artisti le etichette non piacciono da se,pre, ma anche a loro servono per essere riconoscibili dagli ascoltatori. 
Poi arriva un disco come "Promises" e capisci che i generi musicali certe non hanno senso, per davvero: una leggenda del jazz, Pharoah Sanders, un'orchestra e uno dei più stimati producer elettronici inglesi, Floating Points.

Il risultato? Indefinibile in termini di generi musicali classici. Ma "Promises" è uno degli album più belli di inizio 2021 (e probabilmente di tutto l'anno).

Pharoah Sanders

Uno dei più grandi sassofonisti jazz, allievo di prima di Sun Ra (che cambià il suo nome da Farrell a Pharoah) poi di John Coltrane, con cui ha suonato negli ultimi album, quelli più sperimentali. Un gigante anche da solista: il suo "Karma" (1969) è il secondo disco più venduto del catalogo della Impulse!, una delle più importanti etichette della storia del jazz. Il primo è ovviamente "A love supreme" di Coltrane, da cui Sanders ha ereditato e sviluppato l'approccio cosmico e spirituale, come si sente nel suo brano più famoso, "The creator has a master plan".
Sanders non pubblica nuova musica da 15 anni: già solo questo vi dà la dimensione dell'importanza della sua presenza in "Promises". È l'album del ritorno di uno degli ultimi grandi della prima fase delle storia del jazz, che a 80 anni si rimette in gioco con un genere apparentemente lontano da lui. È stato lui a volere questo progetto, quando un suo assistente gli fece sentire un disco di Floating Points, durante un viaggio in macchina, e se ne innamorò.

Floating Points

È lo pseudonimo di Sam Sheperd, producer inglese che ha pubblicato diversi EP  e due stupendi album, "Elaenia" (2015 - quello che ha conquistato Sanders) e "Crush" (2019). È uno dei nomi più importanti della nuova scena elettronica indipendente, assieme agli amici Caribou, Four Tet, Burial.
Floating Points ha un approccio ancora più radicale rispetto ai colleghi nella fusione di beat, strumenti e campioni, con frequenti incursioni nel jazz e nella musica suonata in maniera classica. È un personaggio di suo: ha un dottorato in neuroscienze, come racconta questo bel profilo del New York Times, che lo ha definito "Electronic Music’s King of Pain"

Promises

È una sua composizione unica di Sheperd, non fatta di brani separati: una suite in nove movimenti per sassofono, archi, tastiere ed elettronica. Apparentemente molto semplice, si basa sulla ripetizione quasi ossessiva di un tema di poche note- in questo ricorda certe cose del minimalismo alla Philip Glass o di Gavin Bryars. Ma la musica che cresce attraverse piccole variazioni di strumento e melodia: gli archi, un piano elettrico, qualche accenno di sintetizzatore e di campionamenti.
Poi c'è il carisma del sax di Sanders, che entra e con pochi tocchi porta la melodia su un altro pianeta.

 Ha un suono più dolce rispetto a quello più impetuoso degli anni '60 e '70; talvolta fa vocalizzi, come nei suoi dischi classici. Una "voce" ricca di colori, sfumature e piani di lettura, come la copertina di Julie Mehretu, un'opera d'arte nell'opera d'arte (l'artista, di origini etiopi, è protagonista in questi giorni di una retrospettiva al Whitney di New York).
Il disco è stato inciso a Los Angeles nel 2019: 49 minuti cosmici, tra jazz, neoclassica ed elettronica, un flusso che che apre un'altra dimensione musicale contemporaneamente semplicissima ed ipercomplessa, accessibile e colta. Il resto è avvolto nel mistero: nessuna intervista, pochi dettagli, solo una presentazione nei giorni scorsi: una "non-visual experience", un'anteprima in video in cui lo schermo era nero e l'invito era ad ascoltare in religioso silenzio, concentrandosi sulla musica. 

Il sito del disco lascia intendere che potrebbe essere solo il primo di tre capitoli: speriamo. Intanto non c'è altro da dire se non che è un capolavoro, uno di quegli album fuori dagli schemi, radicato nella tradizione ma aperto al futuro. 

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