«MEDICINE AT MIDNIGHT - Foo Fighters» la recensione di Rockol

Benvenuti alla festa dei Foo Fighters

A distanza di oltre tre anni da “Concrete and gold”, Dave Grohl e soci tornano con un nuovo album che, volto a celebrare la storia musicale del gruppo e intento a segnare un nuovo capitolo della sua carriera, soddisfa le aspettative.

Recensione del 05 feb 2021 a cura di Elena Palmieri

Voto 8,5/10

La recensione

Come si festeggia il quarto di secolo di carriera? Con un tour e un festival, magari, e - perché no - anche con un nuovo album. Per celebrare i loro venticinque anni di attività i Foo Fighters avevano pensato tutte queste cose, forse anche qualcosa di più, ma la pandemia da Coronavirus ha stravolto tutti i loro programmi.
Un nuovo disco, però, Dave Grohl e soci l’hanno realizzato davvero e, anche se non secondo i piani originari e dopo quasi un anno da quando hanno finito le registrazioni, l’hanno pubblicato. 

Le aspettative per il decimo capitolo discografico dei Foo Fighters erano alte già all’inizio del 2020, quando la formazione dell’ex batterista dei Nirvana aveva iniziato a disseminare indizi sui social e a rivelare qualche timida informazione. Dopo tutto, in venticinque anni di carriera - appunto - Grohl e compagni hanno saputo rinnovarsi album dopo album, offrendo sempre delle piacevoli sorprese ai fan, e a imporsi come una delle più solide realtà.
Il nuovo lavoro della formazione statunitense, “Medicine at midnight” (qui spiegato, canzone per canzone), che esce a distanza di oltre tre anni da “Concrete and gold”, soddisfa le aspettative, ripercorrendo la storia musicale del gruppo e segnando un nuovo capitolo della sua carriera.

La festa dei Foo Fighters

Dopo aver annunciato l’uscita di “Medicine at midnight”, parlando del disco in un’intervista Dave Grohl ha fatto sapere: “Anziché fare un altro album per adulti ho pensato: 'Fanculo, facciamo un album da festa'.

Molti dei nostri dischi preferiti sono caratterizzati da grandi riff e questo groove. Odio definirlo un disco funk o dance, ma è decisamente più energetico delle altre cose che abbiamo fatto finora ed è stato pensato per essere l'album della festa del sabato sera”. Forse nel presentare l’album e offrire al pubblico e alla stampa qualche anticipazione il frontman dei Foo Fighters si è lasciato prendere dall’entusiasmo, magari con l’intento di alzare l’hype intorno al decimo capitolo discografico del suo gruppo. Però un fondo di verità nelle parole di Grohl è innegabile.

Era la fine del 2019 quando la formazione  si è ritrovata in una vecchia casa affittata a Encino, California, per registrare il loro decimo album e pianificare un 2020 volto a celebrare i loro venticinque anni di attività.

Nessuno dei componenti della band statunitense - formata da Dave Grohl, Taylor Hawkins, Nate Mendel, Chris Shiflett, Pat Smear e Rami Jaffee - però, poteva immaginare che di lì a poco una pandemia epidemiologica avrebbe mandato all'aria i piani del gruppo. “Medicine at midnight”, registrato in poche settimane e prodotto dagli stessi Foo Fighters insieme a Greg Kurstin (da tempo loro collaboratore), infatti, è nato con l’idea che il 2020 dovesse essere per la formazione americana un anno all’insegna dei festeggiamenti e di grandi concerti. Di conseguenza la band ha dato forma a un disco che racchiude il proprio intento di celebrare la sua storia e lo dimostrano canzoni come “Holding poison” e “Waiting on a war”. Nella quarta traccia di “Medicine at midnight” lo stile dei Foo Fighters è riconoscibile. Il brano inizia come una ballata, con la chitarra acustica e la voce di Dave Grohl, e si apre sul finale per diventare un’esplosione di chitarre elettriche e colpi netti di batteria. Con pezzi come “Making a fire” dall’energica positività pop rock però, in cui inaspettatamente fa la sua comparsa anche un coro di voci femminili (di cui fa parte anche la figlia 14enne di Grohl, Violet, già sul palco insieme ai Foo Fighters in più di un'occasione passata), la formazione americana - come ha dimostrato anche con i suoi lavori precedenti - si spinge oltre la propria zona di conforto con intelligenza e abilità, inaugurando un nuovo capitolo della sua carriera.

Tra rock e novità

In “Medicine at midnight” non mancano momenti rock frenetici, come “No son of mine” in cui riff di chitarra aggressivi, la voce di Grohl che entra decisa (“No son of mine will ever do”), facendosi graffiata su alcune parti del testo (“The work of villains, the will of fools / If you believe it / It must be true”), e i colpi di batteria frenetici sul ritornello sono un esplicito riferimento a “Ace of spades” dei Motörhead. La canzone è uno dei brani più duri ed efficaci del disco, facile da immaginare eseguito live su un palco. 

Il disco presenta, inoltre, brani come “Shame shame” e “Cloudspotter”, che portano delle novità all’interno della discografia della band statunitense.

Il primo singolo estratto da “Medicine at midnight” - che ha diviso i fan ancora prima dell’uscita del disco, tra chi ha accolto positivamente il nuovo sound dei Foo Fighters e chi invece, sperando in un ritorno della band caratterizzato da sonorità hard rock, l’ha bocciato - si costruisce su un groove di batteria secco e su linee melodiche dal sapore funk, con quel “Shame, shame” ripetuto che si appiccica subito in testa. Il pezzo riesce a essere uno dei momenti migliori del disco, anche senza un ritornello esplosivo. Con riff di chitarra, cowbell, batteria, il cantato soffuso di Grohl a cui fa eco una voce femminile, “Cloudspotter” si presenta come uno dei brani più ballabili e dinamici del disco. Dietro a quelle atmosfere dance-rock, però, si nasconde un pezzo impregnato di pessimismo che tratta il tema dell’amore in modo non convenzionale (“Head ringing in the dead of night / Just a pair of lovesick parasites”, canta Grohl in un passaggio). Con la title track, l’album “Medicine at midnight”, invece, si colora di sonorità ispirate agli anni Ottanta. Il suono del brano risulta elaborato ma allo stesso tempo delicato grazie alla giusta quantità di bassi e groove funk. A questi elementi si aggrappa la voce di Grohl per cantare: “Medicine at midnight calling / But it ain't no cure / I may be sick, but you know I'm yours”.

La conclusione del disco è affidata a sonorità dall’entusiasmo pop rock contagioso. “Love dies young” è un brano pieno di vitalità, con un ritornello liricamente semplice (“Love dies young / Please don't take my breath / Don’t take my breath away”) ma che non ha nulla da invidiare a quelli di altri brani dei Foo Fighters che dimostrano di essere in splendida forma anche sul finale dell’album.

“Medicine at midnight” suona davvero come il “party-album” del gruppo, ma si tratta pur sempre di una festa in pieno stile Foo Fighters, che con questo disco ha solo preso il via e che - quando sarà possibile - continuerà sui palchi.

La canzone da ascoltare: “Holding poison”

Nel ripercorre la loro storia i Foo Fighters hanno costruito un brano, “Holding poison”, che più di altri definisce il loro sound attuale.

Nella settima traccia di “Medicine at midnight” il gruppo sembra rifarsi a suoi vecchi pezzi come “Learn to fly” (dall’album “There is nothing left to lose” del 1999) per presentare un ritornello capace di fare presa sul pubblico e, contemporaneamente, a canzoni come “Dear Rosemary" (da “Wasting light” del 2011) per definire, invece, l’umore generale del pezzo. “Holding poison”, però, guarda anche al passato meno remoto dei Foo Fighters, con quei cori pinkfloydiani nella seconda parte della traccia, dopo l’assolo di chitarra elettrica, che ricordano quelli della title track di “Concrete and gold” del 2017. Il risultato è una canzone che racchiude in sé diversi ambienti sonori che la formazione capitanata da Dave Grohl ha esplorato negli anni, suonando comunque come una versione efficace e diversa di qualsiasi cosa ascoltata in precedenza. Come l’intero disco, del resto.

TRACKLIST

01. Making A Fire (04:15)
02. Shame Shame (04:17)
03. Cloudspotter (03:53)
04. Waiting On A War (04:13)
06. No Son Of Mine (03:28)
07. Holding Poison (04:24)
08. Chasing Birds (04:12)
09. Love Dies Young (04:21)
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