«SMILE - Katy Perry» la recensione di Rockol

Katy Perry in 'Smile' racconta la sua rinascita, ma senza grandi canzoni

A tre anni da "Witness", che lei stessa ha definito un flop, la popstar torna sulle scene con un nuovo disco. La vitalità e le provocazioni degli esordi lasciano il posto a riflessioni più mature: ma dove sono le nuove "I kissed a girl" e "Firework"?

Recensione del 27 ago 2020 a cura di Mattia Marzi

Voto 6/10

La recensione

Katy Perry è molto di più del clown con la faccia triste protagonista della copertina di "Smile". Che vi piaccia o no, negli ultimi dodici anni - tanti ne sono passati, ridendo e scherzando, da "I kissed a girl", la hit che la lanciò - la cantante si è ritagliata un posto di primissimo piano tra le star del pop internazionale.

18 milioni di album e 125 milioni di singoli venduti in tutto il mondo, 20 miliardi di visualizzazioni complessive su YouTube, innumerevoli Dischi d'oro e di platino appesi alle pareti di casa: con certe cifre, pretende rispetto. Pazienza se negli ultimi anni la sua carriera sembra essere entrata in una fase discendente, tra un album da dimenticare (".Witness" del 2017, il cui flop nelle vendite - ha ammesso lei stessa - la spinse pure in uno stato di profonda depressione) e singoli sbagliati (da "Rise" a "Hey hey hey", passando per "Save as draft", dei quali non rimane traccia nelle classifiche): a 35 anni Katy Perry è ancora qui e non sembra essere intenzionata a farsi da parte. È quello che racconta anche nelle canzoni del nuovo disco, il quinto della sua carriera: "un viaggio verso la luce dopo un periodo buio", lo ha definito, alludendo al tempo stesso ai problemi della sua vita privata (la rottura con Orlando Bloom, anche se poi i due sono tornati insieme e dalla loro unione è nata proprio in concomitanza con l'uscita del disco la piccola Daisy Dove - la Perry aveva annunciato la gravidanza lo scorso marzo nel video del singolo "Never worn white", mostrando il pancione) e alla necessità di rimettersi in carreggiata dopo la delusione di "Witness".

Cosa c'era di sbagliato nell'album di tre anni fa? Alla fine le canzoni di "Witness" sul piano della forma non erano né più né meno di quelle delle precedenti mosse discografiche della cantante: potenziali e semplici hit pop pensate per sedurre le radio e essere cantate a squarciagola nelle arene. Le cose smisero forse di girare nel verso giusto nel momento in cui Katy Perry cominciò a volere dalla propria musica qualcosa in più che l'innocenza del pop d'alta classifica: "Tutte le mie canzoni hanno sempre avuto più livelli, non sono mai state unidimensionali", disse, definendo "Witness" un "purposeful pop album" (un disco di "pop impegnato") e sottolineando i riferimenti politici contenuti nelle canzoni (sottotesti non così semplici da decifrare e talvolta bizzarri: in "Chained to the rhythm" c'erano addirittura metafore che rimandavano alla crisi immobiliare statunitense). Nulla di male, certo, ma operazioni del genere non sempre risultano credibili.

Deve averlo ammesso tra sé e sé anche Katy Perry, che infatti con "Smile" mette da parte quelle aspirazioni e si concentra su un pop meno ambizioso e su canzoni che non hanno grosse pretese se non quella di essere buone canzoni pop, per lo più self-empowerment ispirati dalle vicende personali (da "Never really over" a "Not the end of the World", passando per "Daisies" e "Resilient").

Non sempre all'altezza, però, di quelle che in questi anni hanno permesso a Katy Perry di arrivare dove è arrivata, da "I kissed a girl" e "Hot n cold" a "Roar", senza dimenticare "California gurls" e "Firework": quel genere di canzoni, per intenderci, che le ascolti mezza volta e ti rimangono incollate alle orecchie. Ci sono ottimi inni pop, dritti e appiccicosi, sì ("Champagne problems", "Tucked", "Only love"), ma non abbastanza da lasciare il segno, sebbene al disco abbiano lavorato hitmaker del calibro di Zedd e gli Stargate, già in passato al servizio di Katy Perry (e poi Britney Spears, Rihanna, Beyoncé, Janet Jackson, Pink e Ariana Grande), bravi autori come Sasha Sloan (classe 1995, tra le esponenti della sempre più vivace scena indie pop femminile statunitense) o Charlie Puth (ricorderete i suoi successi "Marvin Gaye", "See you again" e "We don't talk anymore") e altri più affermati come Ian Kirkpatrick (ha scritto successi per Justin Bieber, Pitbull e Dua Lipa).

La depressione, i pensieri suicidi, l'amore ritrovato con Orlando Bloom, la maternità: nella discografia di Katy Perry, "Smile" è destinato a rappresentare il disco che ne ha raccontato più che la rinascita artistica, quella personale dopo un periodo turbolento. A dodici anni da "One of the boys" e a dieci da "Teenage dream", la vitalità, l'energia e le provocazioni degli esordi ("Ho baciato una ragazza e mi è piaciuto", cantava l'allora 23enne astro nascente del pop) hanno lasciato il posto a riflessioni più mature: quelle di una donna che a 35 anni ha trovato una realizzazione anche fuori dalla musica. Ed è felice (anche) così.  

TRACKLIST

01. Never Really Over (03:43)
02. Cry About It Later (03:09)
03. Teary Eyes (03:02)
04. Daisies (02:54)
05. Resilient (03:07)
07. Smile (02:46)
08. Champagne Problems (03:16)
09. Tucked (03:07)
10. Harleys In Hawaii (03:05)
11. Only Love (03:18)
12. What Makes A Woman (02:11)
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