«AMADJAR - Tinariwen» la recensione di Rockol

Il deserto antico e vitale dei Tinariwen, viaggiatori senza confini

Nostalgia, rabbia e voglia di libertà nel nuovo album del collettivo di esuli del Mali, tra blues e tradizioni berbere con Micah Nelson, Warren Ellis e anche qualche scorpione

Recensione del 19 set 2019 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Ne è passata di polvere sotto i sandali dei Tinariwen. Il collettivo di “uomini liberi” Kel tamahaq del Mali ha attraversato oceani di sabbia per dare voce alla propria guerra, celebrando la bellezza di luoghi antichi e al tempo stesso burrascosi. Posti in cui uscire fuori dal coro vuol dire mettersi contro guerriglieri integralisti pronti ad applicare con ogni mezzo le loro ragioni. Scampati nel 2013 alla cattura, i componenti del gruppo hanno fatto tesoro della mitologia berbera che essi stessi incarnano con fierezza, conoscendo in prima persona la violenza, la paura e l’esilio dal proprio mondo, senza però mai smettere di cantarlo.

Questi sentimenti di responsabilità e disillusione si sono sedimentati sotto i cieli stellati dell’Africa Occidentale, tra le percussioni e i riverberi del blues dolente del nuovo “Amadjar”, traducibile in “viaggiatore straniero”, quasi a identificare una personale risposta sahariana agli incantesimi cupi del Mississippi. Nel disco sono confluite le esperienze, complicate e incredibili, vissute dalla band, che forte della sua tradizione nomade ha effettuato le registrazioni in tende montate tra le rocce aride che circondano Nouakchott, capitale della Mauritania.

Con le strumentazioni letteralmente portate in spalla da un accampamento all’altro, gli influssi senza confini dei Tinariwen hanno il sapore di un canto perduto nel tempo, in cui si mescolano voci lontane, oltre le frontiere squadrate tracciate senza tener conto delle identità etniche e culturali racchiuse in queste terre. C’è un senso di eterno nei ritmi cadenzati dei tamburi, così come negli intrecci di chitarre elettriche e acustiche che fanno eco al canto ruvido del leader Ibrahim Ag Alhabib, cerimoniere di intime cantilene notturne dalla forma ipnotica che portano con sé il segreto di una lingua capace di trasmettere lo stesso fascino severo del deserto. Le suggestioni folcroristiche si tingono di rock, psichedelia, americana e tradizioni Tamashek in brani che raccontano di rabbia, di nostalgia, di solitudine e di necessaria libertà, da quella desiderata in “Tenere maloulat” in cui si anela di “diventare figlio delle gazzelle” e “Amalouna” in cui solamente la sabbia e la Luna fanno da fondale al perpetuo incedere esistenziale che caratterizza la formazione africana, fino all’amara dolcezza della conclusiva ballata “Lalla”. In queste sue vibrazioni malinconiche, “Amadjar” presenta una tenacia dura a esaurirsi, in grado di unire passato e presente attraverso un viaggio contemplativo che non conosce divisioni geografiche. 

Sfuggente e al tempo stesso difficile da decifrare, l’intensità granitica dei Tinariwen è ben saldata con la condizione di figli di lande desolate in cerca di una giustizia che sia tale da superare le barriere loro imposte. Nelle tracce del disco questa volontà di andare oltre sembra farsi palpabile nei botta e risposta che intonano i contrasti di “Taqkal tarha”, nelle scosse elettriche di “Iklam dglour” o nei cori che invocano la ricerca di verità in “Madjam mahilikamen” e, ancora, nella presenza dei numerosi ospiti che ne arricchiscono le trame. Tra griot - custodi delle tradizioni orali - della Mauritania come Noura Mint Seymali, che con Ibrahim canta in tre pezzi, tra cui la già citata “Amolouna”, fino ai nomi “famosi” di Warren Ellis, storico sodale di Nick Cave nei Bad Seeds, del cantautore Cass McComb e di Micah Nelson, figlio del celebre Willie, che infonde un tocco country alle partiture di “Tenere maloulat” e “Taqkal tarha” con mandolino e charango. Aggiungendo un’ulteriore impronta di preziosa sensibilità a una certa imperturbabile fermezza, si manifesta quindi la forza evocativa del gruppo. Una caratterizzazione creativa e spirituale che non è solo il sentimento blues di chi, esule, ha imparato a suonare costruendosi da solo una chitarra improvvisata con scatole di latta e fili metallici, ma che arriva direttamente dalla propria natura indomita, capace di percorrere chilometri e chilometri tra le dune dell’Africa e resistere tanto agli scorpioni quanto agli scompigli del deserto.

TRACKLIST

01. Tenere Maloulat (03:42)
02. Zawal (04:04)
03. Amalouna (04:01)
04. Taqkal Tarha (03:59)
05. Anina (03:43)
06. Madjam Mahilkamen (03:47)
07. Takount (03:11)
08. Iklam Dglour (04:35)
09. Kel Tinawen (03:57)
10. Itous Ohar (04:19)
11. Mhadjar Yassouf Idjan (04:22)
12. Wartilla (05:36)
13. Lalla (04:56)
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