SONGS FOR JUDY

Reprise (CD)

Voto Rockol: 4.0 / 5

di Marco Di Milia

“I saw Judy Garland down there” annuncia un soddisfatto Neil Young al pubblico. Lo spettacolo è del novembre 1976, un periodo particolarmente ricco di attività per il rocker canadese, che nel mezzo di quelle date viaggiava da un’idea all’altra a colpi di cocaina e si apprestava a soffiare le sue prime 31 candeline. “Songs For Judy” è l’ennesimo frammento degli immensi archivi del cantautore, una selezione di canzoni acustiche registrate nel corso di un breve tour, 18 esibizioni in poco meno di un mese, diviso tra un set elettrico con i suoi Crazy Horse e uno più intimo, in solitaria, con il solo accompagnamento di chitarra, armonica, banjo e pianoforte.

Il titolo è mutuato proprio dal monologo iniziale, in cui il musicista invoca l’ex ragazzina Dorothy del Mago di Oz in un surreale racconto di incontri e sguardi, come usava fare negli show che aprivano o chiudevano quei concerti. In scaletta vecchi e nuovi classici, brani con pochi anni alle spalle o tracce ancora in divenire, dal best seller “Harvest” con “Heart of gold”, “The needle and the damage done” e la stessa “Harvest”, al passato con l’accorata resa piano e voce di “After the gold rush” e “Old laughing lady” dal suo primo disco solista, così come “Mr. Soul” recuperata dai giorni con i Buffalo Springfield, e, ancora, una malinconica e spoglia “Journey through the past” e la calda accoglienza per l’arpeggio iniziale di “Tell me why” in un’interpretazione ricca di tensione emotiva. In scena c’è inoltre spazio per rodare brani all’epoca mai dati alle stampe, che troveranno però la loro strada solo tempo dopo, secondo la solita bizzarra imprevedibilità del vecchio Neil. Molte di queste tracce erano state fissate su nastro appena pochi mesi prima in California, come “Human highway” - “Ogni volta che provo a registrare questo pezzo qualcuno si tira indietro”, precisa - qui realizzata in una divertita esibizione al banjo, o l’allora sconosciuta “Pocahontas”, per essere poi entrambe pubblicate solo dopo e in versioni differenti, rispettivamente su “Comes a Time” del 1978 e “Rust Never Sleeps” del 1979, mentre l’originale sequenza di quelle registrazioni, “Hitchhiker”, arriverà solamente nel 2017. 

Spicca in questa selezione l’altrimenti inedita “No one seems to know”, al suo debutto ufficiale su disco, una semplice melodia al pianoforte, poco caratterizzante ma ben capace di evocare lo spirito di quel periodo vagabondo. Era in effetti un’epoca a dir poco disordinata per Neil Young, che nello stesso anno aveva avviato e concluso il progetto a due con l’amico e collega Stephen Stills, “Long May Run”, abbandonandolo nel bel mezzo del tour promozionale e, in più, aveva suonato per l’ultimo valzer della Band, registrato nuove canzoni e programmato insieme ai Crazy Horse una serie di spettacoli dalla doppia natura riservata ed energica. Proprio da questo giro di concerti, che in parte dello show lo vedeva esibirsi da solo, prende corpo la raccolta “Songs For Judy”. Mentre però quanto fatto con il suo storico gruppo, in elettrico, è ancora chiuso in qualche oscuro cassetto, la testimonianza di un Neil Young, finalmente rasserenato e carico di un genuino entusiasmo, ripreso in uno dei suoi migliori momenti creativi è merito del minuzioso lavoro di ricerca del regista Cameron Crowe e del fotografo Joel Bernstein, che hanno contribuito anche alla stesura delle note del libretto.

Le tracce in effetti erano già circolate in qualche modo sotto forma di un bootleg noto come “Bernstein Tapes” e sono gli stessi protagonisti a raccontarne la storia dietro le quinte: “Bernstein registrò le esibizioni di quella tournée su cassetta, originariamente inteso solo per il divertimento personale”, afferma Crowe. Bernstein aggiunge: “Mi sono subito reso conto che realizzare questi nastri era di fatto una grande idea” e ricorda come la sua trovata sia diventata ben presto un’occupazione a tempo pieno, ammettendo di aver fatto razzia di cassette C-90 in qualsiasi centro commerciale abbia incrociato lungo la strada.

Da queste performance emerge il lato limpido e diretto del bizzoso Neil, felice di poter presentare le sue canzoni in proprio, prive di sovrastrutture e abbellimenti. Senza filtri tra il pubblico e il suo animo a tratti sgangherato, offre tutto il proprio singolare candore nel raccontare storie improbabili su Judy Garland, a cantare - e steccare anche un paio di note - canzoni che rappresentano un’epopea lontana, così come a soffiare con forza nell’armonica a bocca, marcando con un tocco struggente quei territori che col tempo sono diventati una delle sue essenziali cifre espressive.

Un altro tassello di una straordinaria avventura, in attesa di scoprire cosa riserva, dieci anni dopo la prima uscita, la seconda parte degli Archive Box Set, attesa molto probabilmente per il prossimo maggio 2019. Ma con l’eccentrico Neil Young c’è poco di cui essere certi.

TRACKLIST

01. Songs for Judy - Intro - (03:25)
02. Too Far Gone - (03:15)
03. No One Seems to Know - (02:29)
04. Heart of Gold - (02:53)
05. White Line - (02:45)
06. Love Is a Rose - (02:20)
07. After the Gold Rush - (04:15)
08. Human Highway - (03:04)
09. Tell Me Why - (03:34)
10. Mr. Soul - (03:06)
11. Mellow My Mind - (02:30)
12. Give Me Strength - (03:26)
13. A Man Needs a Maid - (04:54)
14. Roll Another Number - (02:22)
15. Journey Through the Past - (03:17)
16. Harvest - (02:42)
17. Campaigner - (03:30)
18. Old Laughing Lady - (05:18)
19. The Losing End - (03:52)
20. Here We Are In the Years - (03:53)
21. The Needle and the Damage Done - (02:27)
22. Pocahontas - (03:48)
23. Sugar Mountain - (06:08)