«WATCHING THE WORLD BURN - Vision» la recensione di Rockol

Vision - WATCHING THE WORLD BURN - la recensione

Recensione del 17 mar 2000

La recensione

Soffermandosi a pensare quale siano i cosiddetti “nomi storici” della scena hardcore della costa Est, sicuramente non si escluderebbe di nominare i Vision di Dave Franklin. I ragazzi che bazzicano l’ambiente e la scena dalla fine degli anni ’80 (forse ora non più tanto giovani!) non avranno certamente scordato questo gran gruppo, autore di un lavoro fondamentale come “In the blink of eye”. La lunga gavetta durata quattordici anni, tra concerti, cambi d’etichetta e line-up, ha portato i Vision a cospetto dell’Epitaph. La fama e la storia della band hanno fatto tutto il resto. “Watching the world burn” è un ottimo concentrato di classici anthems hardcore, che dosa potenza newyorchese con melodia californiana: per intenderci canzoni che ad ogni ascolto o concerto si prestano ad essere cantate a squarciagola da tutto il pubblico! L’influenza Pennywise e Dag Nasty si sposa bene con i cori da stadio e le liriche da battaglia proprie di “Watching the world burn”, a cominciare dalla traccia d’apertura “Close minded”: un manifesto del pensiero riguardo al cambiare attitudine o allo svendersi alle grosse etichette. La tranquillità non è certo di casa neanche con la seguente “Wipe the state clean”, i cui cori rendono i ritmi della canzone ancora più potenti e sostenuti. La velocità aumenta successivamente con “Beggars and gentry”, mentre qualche influenza dell’hardcore di Orange County fa capolino in “Don’t sound the alarm” e “Effigy”. E’ consuetudine credere che chi ha alle spalle una lunga storia musicale non possa che tentare di raccontare nelle proprie canzoni il suo punto di vista riguardo l’essere parte di un movimento. Non si esimono da questa missione neanche i Vision (e perché dovrebbero farlo?), come si nota ascoltando le liriche di “No compromise”. Ma se fare hardcore vuol dire anche professare uguaglianza e unità, allora non sarebbe male prestare attenzione a quello che Dave urla disperatamente in “Try”, cercando pure noi in lungo ed in largo l’amico nominato in “Searching for sluggo”. La conclusione del disco è affidata alle urla rabbiose di un ex-marines, delle urla indirizzate contro chiunque disprezzi o parli di cose passate che non ha mai visto ne vissuto: una metafora che calza bene a pennello anche per l’hardcore..
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