PLEASE DON'T BE DEAD

Essential Music and (CD)

Voto Rockol: 4.5 / 5

di Marco Di Milia

Se i gatti hanno sette vite, quelle a disposizione di Xavier Amin Dphrepaulezz non sono certo di meno. L’uomo conosciuto oggi come Fantastic Negrito ha infatti un passato alquanto ricco e variegato nell’antica arte di svoltare la giornata: pusher di strada, gangster d’onore, agitatore sociale, coltivatore di marijuana, stella mancata del nuovo R&B, finché il destino non l’ha fatto scontrare con il suo più felice alter ego nel grande successo di “Last Days Of Oakland”, premiato con un Grammy nel 2017 come miglior opera di blues contemporaneo.

I racconti, o per meglio dire, le cronache, intorno alla figura di Fantastic Negrito si confondono quasi con la leggenda: a partire dalla storia, vera, dell’ingaggio milionario ottenuto dalla Interscope per il suo debutto discografico nel 2000, sotto l’egida di Joe Ruffalo, allora manager di Prince, fino a quella più pittoresca di gestore del “Bingo” di Los Angeles, un locale ricavato nel gigantesco loft di proprietà dell’artista dove sembra si tenessero feste a un tasso di illegalità tale da costargli un arresto. Nel mezzo, la vita segnata da un drammatico incidente automobilistico, il coma e una lunga riabilitazione motoria dalla quale si è rianimato con l’idea di una nuova identità artistica, dopo sedici anni dal suo primo esordio nel mondo della musica.

Una girandola di avventure vissute dentro e fuori i boulevard californiani, nei luoghi dove l’esistenza di misera umanità si brucia tra droga, violenza e assoluta mancanza di riscatto, è l’ambiente difficile raccontato da Negrito in “Please Don’t Be Dead”, puntando la lente su tematiche calde e rocambolesche esperienze di strada. Con una copertina che vuole ricordare quei trascorsi complicati, in particolar modo la sofferta degenza in ospedale, il disco celebra il passato e le radici delle comunità afro e del loro straordinario retaggio nello sviluppo dell’industria musicale. Una moderna forma di blaxploitation, in grado di miscelare i ruggiti hard e blues dell’America della controcultura, tra desiderio di rivalsa, lotta di classe e impegno pubblico. Nelle corde di Xavier convivono il suono profondo del delta del Mississippi e l’anima inquieta di Robert Johnson, così come il rock viscerale di Cream e Led Zeppelin, l'impeto di Jimi Hendrix ma anche il soul sporco di Janis Joplin e le spinte funky di James Brown. Quello che riesce con imbarazzante facilità all’estroso musicista è di non concedere all’ascolto nessun calo di tensione in queste undici tracce, nonostante una produzione in proprio a tratti istintiva e praticamente in corsa durante l’interminabile tour seguito alla pubblicazione del precedente lavoro. Caratterizzato da una forte impronta sociale, senza troppi giri di parole, in “Please Don’t Be Dead”, Fantastic Negrito affronta di petto le vicende all’ordine del giorno di un’integrazione difficile, difendendo con orgoglio la sua appartenenza e denunciando le contraddizioni del sogno americano. Un personaggio del tutto privo di peli sulla lingua che non si è risparmiato di dire la sua sulla questione delle armi da fuoco, né di partecipare attivamente al dibattito politico, con l’aperto sostegno alla campagna del socialista Bernie Sanders, fautore di una democrazia paritaria per tutta la popolazione, suonando in apertura dei suoi comizi.

Ottavo di quattordici figli di una famiglia dai saldi sentimenti religiosi, il giovane Xavier ha presto ceduto il passo alla voglia di sfuggire a quell’ambiente così riduttivo. Un istinto di conservazione della propria identità ampliato dall’impatto con la black culture e la dura vita di strada di Oakland, che ha avuto nel futuro Fantastic Negrito una funzione di salvifica via d’uscita dal suo rigoroso nucleo domestico. Una folle lucidità con cui il nostro eroe non ha mai smesso di fare i conti, capace di prendere dal blues il suo carattere impulsivo così come l’indole combattiva tipica del punk, e fonderli nel prepotente riff di “Plastic hamburgers”, affilato grido di battaglia contro l’iper esasperazione della collettività a stelle e strisce, dalle censure al perbenismo, fino al proliferare di stupefacenti e pistole tra i giovanissimi. La difficile situazione del popolo afroamericano in un Paese sempre più incapace di respingere i suoi fanatismi è invece il tema su cui si confrontano le battute di “The suit that won’t come off”. Al centro della poetica del musicista c’è il senso costante di un’emarginazione da combattere con tutti i mezzi a sua disposizione. Che sia un disagio causato da povertà, religione o dal colore della pelle, poco importa, il disco riesce a offrire una fotografia sincera delle vite al margine nelle metropoli statunitensi con le sue storie di ordinaria inquietudine. Le avventure del miracolato Mr. Fantastic si liberano così tra disillusione e voglia di redenzione dalle sofferenze di un popolo arrivato in catene nel Nuovo Mondo con il suo carico di miti e fascinazioni da esportare.

Se il cuore di Fantastic Negrito batte forte per il blues e ha i suoi punti di riferimento proprio in quei canti che gli schiavi hanno portato con sé dall’Africa, in “Please Don’t Be Dead” riesce a muoversi in direzioni del tutto inaspettate, senza per questo risultare sconnesso. Il funk prende corpo in “Never give up” e nella dinamiche della conclusiva “Bullshit anthem”, inno esistenziale a prendere le situazioni difficili nel verso giusto - “Take that bullshit, turn it into good shit / I get knocked down, but I keep on fighting” - arricchendo una trama sonora già satura di suggestioni con l’impeto e il sudore dei ritmi sincopati. Ancora, nel rituale sciamanico di “A boy named Andrew” sono l'acustica e il trascinante coro a far girare il groove, mentre “The duffler” trasmette disperazione e urgenza confrontandosi con l’eredità musicale di Prince. Non si rinuncia nemmeno alla sperimentazione, come in “Transgender biscuits” e “Never give up” così come a una vena di passionalità nella torrida “A letter to fear”.

Lo stesso artista ha dichiarato di aver scritto queste canzoni perché preoccupato per la vita dei suoi fratelli, dando voce alle mille tensioni della società americana. Negrito continua domandandosi quale futuro si prospetta all’orizzonte: “Qualcuno entrerà nelle scuole a sparare all’impazzata? Diventeranno dipendenti dai farmaci? Vagheranno per le strade senza obiettivi e senza un tetto sotto il quale rifugiarsi? La polizia ucciderà i miei figli? Ho dato questo titolo al disco perché sono arrivato alla conclusione che noi, tutti, l’umanità intera, ha perso il senso della società e, purtroppo, lo so cosa succede quando insegui cose sbagliate e ti perdi nel male. È la storia della mia vita”.

Arrivato ai suoi cinquant’anni vissuti costantemente fuori giri, Fantastic Negrito riesce a raccontare i suoi tormenti per inseguire ancora un barlume di speranza nascosto da qualche parte là fuori. Una ricerca che l’ha portato a ritrovare le antiche istanze dello spirito malinconico e indomito del caro, vecchio e avvincente blues.

TRACKLIST

01. Plastic Hambugers - (03:37)
02. Bad Guy Necessity - (03:58)
03. A Letter to Fear - (04:04)
04. A Boy Named Andrew - (04:22)
05. Transgender Biscuits - (03:02)
06. The Suit That Won't Come Off - (04:00)
07. A Cold November Street - (03:51)
08. The Duffler - (03:39)
09. Dark Windows - (03:40)
10. Never Give Up - (01:06)
11. Bullshit Anthem - (03:15)