«FREAK MAGNET - Violent Femmes» la recensione di Rockol

Violent Femmes - FREAK MAGNET - la recensione

Recensione del 01 mar 2000

La recensione

Quando parla con i giornalisti, il bassista dei Violent Femmes Brian Ritchie ci tiene a sottolineare, con una punta d¹orgoglio, che negli Stati Uniti la sua band non è considerata un articolo di modernariato datato anni ‘80, visto che ha continuato a suonare e riempire le sale fino a oggi. Da noi però le tracce dei Femmes si sono un po’ perse, sia perché l’ultimo non entusiasmante album, “New times”, risale al ‘94, sia perché il succedersi di nuovi fenomeni nella scena rock americana ha spostato altrove l¹attenzione generale. “Freak magnet” rischia dunque di passare per una rimpatriata nostalgica, ma sarebbe un vero peccato, se così fosse. Infatti, il metodo poco ortodosso con cui il trio rilegge la tradizione musicale americana non è più una sorpresa, ma continua a produrre risultati molto gradevoli. Gordon Gano non ha perso la sua abilità nel comporre canzoni belle e di semplicità disarmante, pescando nell¹enorme oceano della “American music”, a cui ha dedicato in passato uno dei suoi pezzi più ispirati. Fatta eccezione per i toni grotteschi di “A story”, firmata da Gano e Ritchie e prodotta da Pierre Henry, l¹album è diviso prevalentemente fra asprezze rock’n’roll e momenti - come le splendide “Forbidden” e “When you die” - in cui torna a farsi sentire la miscela acustica che è il marchio di fabbrica più caratteristico del gruppo. Anche gli episodi più elettrici danno segnali confortanti sullo stato di salute dei Femmes: spiccano “Hollywood is high”, che apre le danze con un breve omaggio al jungle rhythm di Bo Diddley, il singolo “Sleepwalkin’”, sulla scia della vecchia “Ugly”, e “Mosh pit”, che viaggia a velocità punk. Niente inutili nostalgie, dunque: i Violent Femmes restano un gruppo eccellente, anche adesso che non sono più uno dei giocattoli preferiti della scena rock alternativa.
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