«REPUTATION - Taylor Swift» la recensione di Rockol

Da ragazza della porta accanto a donna crudele e sanguinaria: la nuova Taylor Swift

"Mi dispiace, ma la vecchia Taylor non può venire al telefono in questo momento", dice alla fine di "Look what you made me do", "perché? Beh... Perché è morta". Ecco la nuova Taylor Swift

Recensione del 10 nov 2017 a cura di Mattia Marzi

La recensione

"Siete pronti?", sussurra Taylor Swift alla fine del ritornello di "...Ready for it?", la canzone che apre il suo nuovo album. Lo fa come per avvisarci, per metterci in guardia. Della serie: "Quello che state per ascoltare vi sconvolgerà". Se "1989" poteva essere considerato quasi un album di transizione con cui la Taylor-popstar uccideva la cantautrice folk degli esordi, questo nuovo disco rappresenta l'inizio di un nuovo capitolo della carriera della cantante, che qui affila gli artigli, definisce meglio il suo nuovo stile.

"Reputation" è un'evoluzione di "1989": le sonorità sono sempre elettroniche, ma più che guardare agli anni '80 Taylor Swift e i suoi produttori (Jack Antonoff, Max Martin, Shellback e Ali Payami) guardano ai suoni che vanno per la maggiore oggi, quelli dell'elettropop che incontra l'hip hop. Può sembrare strano, ma la novità rispetto al precedente disco è proprio questa: basti ascoltare pezzi come "Delicate" (una ballata con un arrangiamento tropical house), "Dress" (con una spruzzatina di trap), "Call it what you want" (con una base hip hop e un cantato r&b) o "End game" (con il rapper Future e una strofa di Ed Sheeran). Le atmosfere sono oscure, a tratti dark, come lasciavano presagire alcune delle canzoni pubblicate prima del disco ("Look what you made me do" in primis), ma non mancano pezzi caratterizzati da un mood più brillante e frizzante, più vicino al clima di "1989" ("Getaway car", "King of my heart", "Gorgeous").

La produzione è impeccabile, curatissima e a tratti anche un po' pomposa: mette in primo piano il suono dei sintetizzatori, i bassi da dubstep e le batterie elettroniche. Le canzoni sono tutte potenziali singoli di successo che la voce zuccherosa di Taylor Swift interpreta con rabbia e determinazione (e il contrasto è spesso interessante, a partire dalla stessa "Look what you made me do"): l'obiettivo è quello di sedurre i network radiofonici e trapanare il cervello, e in questo senso l'album funziona, va dritto al punto. Ma non aggiunge nulla di nuovo al panorama della musica pop: se con "1989", nel 2014, la Swift proponeva un sound fresco e piuttosto originale, qui gioca sul sicuro e non va oltre la riproposizione di suoni già ampiamente proposti.

Nelle quindici canzoni contenute in "Reputation" Taylor Swift indossa i panni della bad girl che ama far parlare di sé e finire sulle copertine delle riviste, che si diverte a lasciare qui e là indizi sulla sua vita privata affinché i fan e i giornalisti ci costruiscano sopra storie che poi lei si diverte a smontare. Non vuole più sembrare carina e coccolosa, non vuole più essere la ragazza della porta accanto, ma una donna crudele e sanguinaria, super attenta alla sua immagine pubblica e intenzionata a non perdere nemmeno un centimetro dell'impero multimilionario che si è costruita negli ultimi anni: "Dicono che ho fatto qualcosa di cattivo / Ma allora perché mi è sembrato così bello?", canta in "I did something bad".
"Mi dispiace, ma la vecchia Taylor non può venire al telefono in questo momento. Perché? Beh... Perché è morta", dice Taylor Swift alla fine di "Look what you made me do": la sintesi di questo nuovo album sta tutta qui.

TRACKLIST

01. ...Ready For It? (03:28)
02. End Game (04:04)
04. Don’t Blame Me (03:56)
05. Delicate (03:52)
07. So It Goes... (03:47)
08. Gorgeous (03:29)
09. Getaway Car (03:53)
10. King Of My Heart (03:34)
12. Dress (03:50)
15. New Year’s Day (03:55)
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