Recensioni / 29 set 2017

David Gilmour - LIVE AT POMPEII - la recensione

Voto Rockol: 5.0 / 5
Recensione di Nino Gatti
LIVE AT POMPEII
SonyMusic (Digital Media)

L'immagine sullo schermo è una splendida cartolina che richiama alla memoria un concerto dalle  emozioni infinite e contrastanti. A sovrastare l'inquadratura raccolta da un drone, la scura sagoma del Vesuvio che si staglia sul crepuscolo notturno, contornato dalle luci delle abitazioni che lo circondano. In basso, l'anfiteatro di Pompei mostra parzialmente gli spettatori in attesa del concerto e rivela una parte dello schermo coperto da un albero posto all'esterno dell'arena. Il punto di vista della ripresa si sposta leggermente a destra riprendendo i primi attimi del concerto che sta per iniziare. Il cinguettio degli uccelli e i rumori della natura che si risveglia introducono lo strumentale 5A.M., sposandosi a meraviglia con la scena. È il brano di apertura dell'ultimo album di David Gilmour, “Rattle That Lock” e del tour del chitarrista che si è consumato tra il 2015 e il 2016.

Le luci si intensificano sulla sommità dell'anfiteatro e la telecamera si sposta leggermente a sinistra, mostrando finalmente il pubblico ripreso alle spalle all'interno dell'arena e il palco dove si sono già posizionati i musicisti. Le note pre-registrata dell'orchestra condotta da Zbigniew Preisner esordiscono al cambio di ripresa, questa volta frontale rispetto al palco, facendo vibrare l'interno dell'arena. Si intravedono le sagome dei musicisti, a destra Chester Kamen alla chitarra acustica e al centro lui, la voce e la chitarra dei Pink Floyd. Quando Gilmour tocca la prima corda della sua Gibson Les Paul il pubblico risponde immediatamente in un tripudio di applausi. L'inquadratura successiva, alla destra del palco, propone il profilo inconfondibile di Gilmour, illuminato da un fascio di luce rossa che arriva dall'alto dell'anfiteatro, mentre si scorge dietro di lui il barbuto tastierista Chuck Leavell. Un nuovo cambio di ripresa mostra l'intero palco illuminato d'azzurro, tagliato in diagonale dalla luce rossa puntata sul chitarrista e svela gli altri due musicisti sul palco, Steve Distanislao alla batteria e Greg Phillinganes alle tastiere. Il pubblico segue in religioso silenzio, molti di loro con le mani sollevano i cellulari per immortalare le prime emozioni. David Gilmour è sempre al centro del palco, occhi bassi a cercare le dita sulle corde, teso e concentrato così come l'evento richiede. Una ripresa dalle spalle del batterista rivela il punto di vista privilegiato dei musicisti, che va dalla prima fila del pubblico fino agli spalti vuoti dell'anfiteatro.

Al termine della prima canzone parte l'applauso del pubblico mentre il concerto prosegue dando una improvvisa sterzata. Gli effetti che aprono la successiva “Rattle That Lock”, regalano le prime avvisaglie delle meraviglie cromatiche approntate per questo concerto da Mark Brickman, l'uomo che ha contribuito alla fama di alcuni tra i più spettacolari concerti dal vivo dei Pink Floyd e dei recenti tour di Roger Waters. Appena risuonano le prime tre note, famose in Francia in quanto utilizzate come avviso negli annunci vocali della compagnia ferroviaria nazionale SNCF, lo schermo luminoso si accende cambiando tonalità in sincrono perfetto con i suoni e in contemporanea dall'alto dell'anfiteatro, gli stessi colori illuminano le gradinate tutt'intorno. Sul palco si sono aggiunti Guy Pratt al basso e i tre coristi, l'imponente Bryan Morris, Louise Clare Marshall e Lucita Jules. Sullo schermo il primo video della serata, l'animazione creata per l'artista inglese dalla Trunk Animation. Gilmour adesso è più rilassato e sorridente, la tensione iniziale sembra scomparsa, cerca la band con lo sguardo rispondendo con un sorriso e suona con la famosa e vissuta Fender Esquire del 1955. Phillinganes incita il pubblico a battere le mani, la Marshall tiene il ritmo suonando il campanaccio con una bacchetta ma il vero protagonista da questo momento è Guy Pratt che regala uno spettacolo a sé. Pratt e Distanislao, solida e affidabile sezione ritmica, sono lo zoccolo duro della David Gilmour Band sin dal tour del 2006, gli unici a non essere mai stati sostituiti. Pratt suona in modo eccelso, in continuo movimento nel piccolo spazio a lui riservato, sorride al pubblico e alla band senza sbagliare un colpo. Gli altri “nuovi” musicisti, i due tastieristi Leavell e Phillinganes e la seconda chitarra di Kamen, hanno compattato la band e si sono integrati perfettamente, portando solidità e concretezza al suono così come lo intende mr David Gilmour. A metà brano un anticipo delle magie cromatiche di Mark Brickman, quando una miriade di fasci di luci pulsa intorno alle pietre millenarie dell'anfiteatro pompeiano e le sagome dei musicisti vengono colpite da una luce stroboscopica bianca. La voce di Gilmour è graffiante, quasi al limite delle sue possibilità e la sua chitarra taglia il suono senza tregua, con Kamen che ha un bel da fare per tenergli testa ritmicamente.

Buio in sala, parzialmente interrotto dalle luci gialle sulla cornice superiore dell'arena. La regia porta in primo piano lo splendido spicchio di luna che veglia sorniona questa splendida notte estiva.  Phillinganes suona le note introduttive di “Faces of stone”, piccoli tocchi di pianoforte che riecheggiano e rimbalzano intorno al pubblico, con il pensiero che per alcuni attimi torna alle note finali di “Echoes”, molto simili, suonate proprio qui da Richard Wright quarantacinque anni fa. Bisogna tornare alla realtà, siamo nel 2016 e non nel 1971, Wright ormai non c'è più anche se nei cuori dei presenti vive la convinzione che questa sarebbe stata la sua notte speciale. A queste prime note si aggiunge l'organo di Leavell, che suona con la mano destra mentre sostiene sulla gamba sinistra una fisarmonica. Una nuova ripresa esterna mostra il cielo che ha cambiato colore, fondendo magicamente tonalità di blu e rosa tendenti alla notte, con il vulcano che staglia il suo profilo scuro ed è lì silenzioso a sorvegliare le meraviglie pompeiane. È tempo dell'acustica di Kamen, vicino a lui ha raggiunto il palco João De Macedo Mello, il giovanissimo sassofonista brasiliano che sfoggia  una improbabile t-shirt a grosse fasce bianche e nere, occhiali scuri e un cappello quasi in stile Blues Brothers. Le sezioni vocali sono pressoché perfette e ai tre cori si aggiungono le voci di tutti gli altri musicisti, ad esclusione di Leavell. Le corde vocali di Gilmour si ammorbidiscono cantando questo tributo a sua madre Sylvia scomparsa di recente. Il chitarrista non si risparmia quando arriva il momento di suonare quella che è una delle sue chitarre preferite, la mitica Fender Stratocaster nera conosciuta anche come “The Black Strat”, che torna anch'essa a Pompei dopo 45 anni. È un momento di grande emozione, chiaramente visibile sul volto del chitarrista che viene inquadrato sul grande schermo.

Dopo il tris di canzoni iniziali che riprende in esatta successione le prime tre tracce del nuovo album di Gilmour, la prima canzone dal repertorio dei Pink Floyd è “What Do You Want From Me?”, dall'album “The Division Bell” del 1994. La band suona con estrema potenza e convinzione, mentre la Fender di Gilmour taglia il suono e le luci intorno allo schermo circolare riprendono posizioni e tonalità simili a quelle del tour dei Pink Floyd. Gilmour si propone al microfono con voce dura e non si lascia distrarre da Pratt che nel frattempo ha aperto un siparietto comico con Kamen.

È la volta del primo brano dal disco “On An Island”, la lenta e rilassata “The Blue” per la quale il palco viene pervaso da sfumature del blu. L'instancabile Guy Pratt adesso si destreggia con il contrabbasso e Greg Phillinganes si carica la responsabilità di cantare i cori riservati a Wright nel tour precedente. Dall'altra parte Chuck Leavell suona e controlla con lo sguardo la band, osservando Kamen mentre suona l'armonica. Le note cariche d'effetto della Black Strat paiono volare intorno al palco, il clima è rilassato e gli occhi del pubblico non si staccano dal maxischermo che riprende le dita di Gilmour muoversi abilmente sulla sei corde, accompagnandolo fino alla sua ultima smorfia che sancisce la fine del brano.

Ancora buio. Salutate calorosamente dal pubblico risuonano inconfondibili le note iniziali di “The Great Gig In The Sky”, capolavoro senza tempo di Richard Wright dal disco dei record “The Dark Side Of The Moon”. Sullo schermo, così come accadeva nei tour recenti dei Pink Floyd, tornano le gloriose immagini delle onde riprese da un surf, tratte dal film “Crystal Voyager” del 1973. Al pianoforte di Phillinganes si associa la Fender lap steel gialla di Gilmour. I diffusori lanciano la voce di Jerry Driscoll, portinaio di Abbey Road che fornì ai Pink Floyd la famosa frase “And I am not frightened of dying. Any time will do; I don't mind. Why should I be frightened of dying? There's no reason for it - you've gotta go sometime”, che anticipa il momento più atteso, l'esibizione vocale dei tre coristi. È la prima volta che un componente dei Pink Floyd utilizza una voce maschile unita a quelle femminili. Il trio di scena a Pompei decide di reinterpretare la performance, usando un nuovo arrangiamento e in parte provando a semplificarla. Nonostante la passione dei tre, l'impresa sembra non riuscire, troppo dura e urlata, meno libera e leggera rispetto a quella tradizionale, in particolare sul finale dove la sezione vocale viene semplificata e ripetuta diverse volte, un arrangiamento per la verità non troppo convincente. Gilmour alla fine ringrazia per gli applausi esordendo in italiano: “Buonasera e grazie mille. Benvenuto in anfiteatro di Pompei”, poi in inglese spiega che il brano era stato scritto tanti anni prima da Rick Wright e che stavano per suonare una canzone dedicata a Wright scritta insieme a Polly Samson. Parte così “A Boat Lies Waiting”, con Leavell che lancia le prime note guardando con attenzione Gilmour alla lap steel e Pratt che tocca le corde del contrabbasso con l'archetto. Il trio continua questa sezione strumentale per un minuto circa, l'emozione ti porta lontano con la mente e tutto intorno c'è quel silenzio dove di solito ci si rifugia per ritrovare il ricordo di un amico che non c'è più. Quando la frase pre-registrata “It's like going into the sea. There's nothing” con la voce di Wright riecheggia tra le pietre di Pompei, i brividi percorrono la schiena dei presenti e dal pubblico si alza un applauso profondo e pieno di rispetto per l'artista scomparso nel 2008. Dal palco si alza il coro che sostiene il cantato di Gilmour, che si trova al centro del palco senza chitarra, mano sinistra sul microfono e la destra poggiata al fianco, gli occhi chiusi. Dopo aver cantato Gilmour apre gli occhi e li rivolge verso l'alto, muovendoli come se stesse cercando qualcosa nel cielo. Canterà così anche la seconda strofa, con gli occhi carichi di emozione che sembrano esplodere a momenti in un pianto liberatorio. Finisce di cantare, abbassa il capo, si porta le braccia dietro alla schiena e si allontana dal microfono, chiudendosi in pensieri che possiamo soltanto immaginare, sommerso dagli applausi del pubblico.

Torna il buio. Sullo sfondo alle spalle del palco si intravedono una dozzina di alberi appena illuminati, che dall'esterno dell'anfiteatro sembrano sbirciare curiosi all'interno dell'arena. Partono così le voci dei due speaker radiofonici che formano l'inconfondibile introduzione di “Wish You Were Here”, un classico dei Pink Floyd, a chiudere la trilogia nostalgica del concerto. La canzone canta dell'assenza sia dell'amico dell'adolescenza del chitarrista, il compianto Syd Barrett al quale in origine era stata dedicata ma anche quella di Wright. Kamen introduce il brano con l'acustica, guadagnandosi il primo piano sullo schermo, con Gilmour che nel frattempo ne approfitta per bere dalla sua tazzina. Quando Gilmour si associa con la sua chitarra Taylor (la NS74, per gli esperti del settore), le sue note vengono salutate dal pubblico con l'applauso di rito; come da tradizione il pubblico si unisce al cantato per tutta la prima strofa. Si da un gran da fare Kamen per recuperare con mossa funambolica la chitarra elettrica creando effetti slide con il bottleneck. Per una frazione di secondo la camera cattura uno schermo ai piedi di Gilmour sul quale scorrono le parole della canzone; la scaletta è lunga ed e meglio non fidarsi della memoria, non ci si può permettere neanche un piccolo errore quando ci sono venti telecamere che ti riprendono. Sul finale Phillinganes suona un delicato solo con il pianoforte, senza staccare mai le mani dal suo Kawai, sorridendo a Gilmour e al resto della band che si divertono non poco a guardare le sue immagini sullo schermo. Il finale è però tutto per Gilmour, la cui immagine padroneggia anche su Mr. Screen, con il suo tipico finale voce e chitarra in stile scat.

Si ritorna a “The Dark Side Of The Moon”: il suono delle monete che introduce “Money”, marchio di fabbrica riconoscibile a primo colpo, è capace di scatenare il pubblico sopraggiunto a Pompei per questo evento. Scorrono sullo schermo le classiche immagini realizzate nel 1974 dai Pink Floyd per i concerti dal vivo e per restare in tema di monete, le luci che circondano pubblico e musicisti si tingono di giallo oro. Guy Pratt è incontenibile, a tal punto da regalare ai presenti non solo il classico giro di basso ma anche un inatteso saltello a gambe unite alla Sting! La band si diverte e va avanti che è una meraviglia, in piena armonia ma senza perdere per un attimo la concentrazione, preparando il terreno a Mello che si presenta sul palco con due sassofoni di ordinanza. Nonostante l'età il sassofonista sembra già un veterano dello strumento e riesce a non far rimpiangere la partitura originale di Dick Parry. Un nuovo effetto luci sembra far esplodere cromaticamente l'anfiteatro, anticipando di pochi attimi il famoso solo di chitarra, suonato da un Gilmour teso e tirato come non mai e con le luci dello schermo circolare che convergono sul corpo del chitarrista; la luce bianca celestiale è così forte che sembra farlo scomparire nel nulla! La seconda parte dell'assolo è da manuale, con i due chitarristi che si affrontano in uno strepitoso duello minimale a colpi di note. La presenza di Kamen, che ha sostituito nella band nientemeno che Phil Manzanera, ha aggiunto valore al suono e Gilmour sembra particolarmente a suo agio con il suo nuovo partner musicale. Sul finale della canzone, una nuova ripresa aerea cattura decine di fasce di colore nel momento in cui illuminano per intera l'arena, roba da lasciare letteralmente senza fiato. 

Mello resta sul palco per il brano successivo, questa volta suonando da mancino la chitarra acustica. Introdotta dal fischio di Gilmour di morriconiana memoria, “In Any Tongue” viene suonata mentre sullo schermo parte la bellissima animazione intitolata “Confusion Through Sand”, prestata a Gilmour dall'autore Danny Madden per narrare visivamente la canzone tratta da “Rattle That Lock”. Strutturalmente quasi gemello di “Comfortably Numb”, il pezzo mette in evidenza le doti canore del trio vocale ed in particolare della voce maschile di Bryan Chambers. Durante la performance i musicisti citano diverse volte un tema strumentale simile a quello di “On The Turning Away”, così come veniva suonata dal vivo dai Pink Floyd. Gilmour, che intanto si rilassa divertendosi a mimare goffamente con le mani le rullate di batteria, si prepara ad un solo finale semplicemente strepitoso, tanto che in alcuni momenti sembra suonare come in trance, tirando fuori i denti e regalando il meglio dal suo repertorio strumentale. 

Le macchine da ripresa digitali in alta definizione ruotano adesso tra gli spazi vuoti dell'anfiteatro e tornano i suoni della natura già ascoltati all'inizio del concerto. Steve Distanislao suona col martello la campana posizionata alle sue spalle per introdurre la canzone successiva, “High Hopes”, il brano che chiude sia “The Division Bell” che la prima parte del concerto. Per un attimo il drone riprende l'arena dall'esterno regalando emozioni indescrivibili, mentre sullo schermo partono le immagini del capolavoro visivo di Storm Thorgerson. Phillinganes doppia la voce di Gilmour per il ritornello “The grass was greener / The light was brighter / When friends surrounded / The nights of wonder”. La memoria ritorna al tour dei Pink Floyd del 1994, migliorare quelle performance non è cosa da poco ma Gilmour riesce nell'impresa, soprattutto nel finale quando, dopo aver suonato la sua lap steel rossa della Jedson, recupera la chitarra acustica per un delicato finale suonato nel silenzio generale, rotto soltanto dagli applausi del pubblico. Prima della chiusura, la regia regala una nuova bellissima ripresa aerea della città di Pompei che comprende oltre all'anfiteatro anche parte di via Roma fino al Santuario della Beata Vergine del Rosario

È tempo di intervallo, che nelle parole di Gilmour servirà a bere una tazza di tè sottolineando “quello europeo”: si vede che la Brexit non deve essere andata ancora giù al musicista. Il chitarrista lascia così il palco, salutando il suo pubblico con i pollici alzati.

 

Il secondo tempo del concerto riserva una sorpresa annunciata gia alcune ore prima sui social, il “clamoroso” ritorno di “One Of These Days”, traccia che apriva l'album “Meddle” del 1971, l'unica canzone in comune con il film registrato dai Pink Floyd a Pompei. Distanislao è in piedi al centro del palco e sorride mentre fa ruotare la manovella della 'macchina del vento' per riprodurre dal vivo l'effetto iniziale della canzone. Nel frattempo Guy Pratt riscalda il pollice della mano destra per “slappare” le corde del suo basso. Bellissima l'inquadratura che offre uno scorcio della zona superiore dell'arena, mostrando da vicino una delle tante fornaci infiammate disposte intorno all'arena, che sembrano riportare in auge quelle utilizzate in loco duemila anni prima. Lo schermo propone il famoso video animato di Ian Emes del 1974, mentre il pubblico comincia a battere le mani seguendo il ritmo di questa strampalata tarantella rock. Grande spasso anche per Gilmour che sembra felice come un bambino perché può percuotere con due mazze i piatti della batteria; elargisce larghi sorrisi a Guy Pratt, prima di sedersi dietro alla lap steel rossa. Nell'anfiteatro tuona a distanza di tanti anni la voce registrata di Nick Mason, che pronuncia la fatidica “One of these days I'm going to cut you into little pieces”. Mason è il grande assente della serata, l'ospite che tutti avrebbero gradito vedere qui sul palco a Pompei, almeno in occasione di questa canzone. 

La musica esplode letteralmente in un tripudio inaudito di luci e colori. È lo schermo a regalare effetti a ripetizione, le luci cambiano di continuo angolazioni e tonalità, con una velocità ed una intensità capaci di stordire lo spettatore, mentre tutto intorno l'arena pulsa di suoni e colori come non le era mai capitato in duemila anni di storia.

Dal caleidoscopio post-psichedelico di “One Of These Days” si passa al bianco assoluto dello schermo circolare, che sembra ibernarsi al tappeto sonoro iniziale di “Shine On You Crazy Diamond”. Greg Phillinganes, in piedi vicino alle tastiere e volto proteso verso il cielo, suona solennemente al sintetizzatore questo capolavoro strumentale composto da Wright nel 1974. Quando alle tastiere si unisce la Black Strat l'emozione fa accapponare la pelle e gli occhi si concentrano sul filmato girato da Storm Thorgerson per il tour 1994. Sarà il “Syd's Theme”, le famose quattro note della chitarra di Gilmour, a scatenare l'urlo passionale del pubblico, regalando emozioni infinite. Il faro che illumina il nostro David lo rende quasi mistico, immortale, come se fosse illuminato da quegli Dei spesso invocati anche all'interno di questo anfiteatro. Guy Pratt cerca spesso lo sguardo di Gilmour, lo osserva e lo scruta, a volte assorto, altre volte semplicemente apprezzando con un sorriso il suono dei suoi assolo. Kamen dà il massimo con la sua seconda chitarra, divertendosi quando sul finale della canzone comincia a muoversi in sincrono insieme a Gilmour e Phillinganes. Si mette in luce il sassofono di Mello che porta il brano fino a naturale conclusione, gonfiando i polmoni all'inverosimile per assicurare una sequenza infinita di note che volano via leggere nella notte pompeiana.

Dal palco si allontanano i coristi e parte il terzo brano consecutivo dei Pink Floyd, con Gilmour che imbraccia l'acustica nel momento in cui lo schermo riproduce cromaticamente i colori di un vecchio e grasso sole. È “Fat Old Sun”, la canzone più vecchia della scaletta odierna, gioiellino che risale all'album “Atom Heart Mother” del 1970; è stata una delle prime canzoni scritte da Gilmour per i Pink Floyd, rispolverata dall'artista nei suoi concerti dal 2001 ad oggi. Si fa notare un delicato assolo all'Hammond di Leavell, che si conferma l'erede naturale del suono di Wright all'interno dello spettacolo attuale, con Pratt che invita il pubblico ad applaudirlo. Nel frattempo Gilmour ha ripescato la sua Fender Esquire, esibendosi in un nuovo e bellissimo assolo, coadiuvato dallo scatenato Kamen che si dimena con la sua chitarra ritmica. 

Si torna al repertorio recente dei Pink Floyd, anche questa volta le tastiere iniziali non lasciano spazio all'immaginazione. “Coming Back To Life” dall'album “The Division Bell”, viene introdotto dalla chitarra di Gilmour e dalla tastiera di Phillinganes. Gilmour accentua il movimento del braccio sinistro, che ad ogni cambio di accordo si muove dall'alto verso il basso per indicare al tastierista il momento giusto in cui cambiare nota. Pochi attimi prima di cantare, una luce davanti a Gilmour proietta la sua ombra sullo schermo spento, un particolare flashback nella storia dei Pink Floyd che ricorda l'ombra di Syd Barrett durante l'esibizione al programma della BBC “Look Of The Week” del 1967, quando i Pink Floyd eseguirono dal vivo “Astronomy Dominé”. La voce di Gilmour non sembra poter toccare le note alte di “Coming Back To Life” ma se la cava con mestiere. Un piccolo problema di visualizzazione per il pubblico quando sul finale della canzone i fumi sul palco risultano eccessivi e arrivano a coprire troppo i musicisti.

“On An Island” dal disco omonimo del 2006 regala a Pratt l'occasione per mettersi in mostra anche dal punto di vista vocale, assumendo tutta una serie di curiose pose plastiche mentre suona il basso. Dal canto loro Gilmour e Kamen danno vita ad un tiratissimo duetto, confermando la loro perfetta intesa suggellata dal volto soddisfatto del boss David. Pratt e Distanislao danno manforte a Gilmour regalandogli una base ritmica potente, aggiungendo di volta in volta una sequenza di finezze strumentali di gran livello. 

La scaletta del concerto, identica in entrambe le serate, comprendeva adesso “The Girl In The Yellow Dress” dall'ultimo lavoro in studio del chitarrista. Il brano, in verità non molto amato dal pubblico, è stato escluso dal film.

Il concerto prosegue con i musicisti impegnati a cantare in coro l'introduzione di “Today”, secondo singolo tratto da “Rattle That Lock”, accompagnati unicamente dalle tastiere di Phillinganes e illuminati soltanto da alcune luci che arrivano dal fondo del palco. La canzone prende il via e sul palco è una vera e propria apoteosi di suoni e di luci. La band sembra gradire particolarmente questo ritmo molto sostenuto, che esalta le caratteristiche strumentali dello strepitoso Guy Pratt. Gilmour è dentro il pezzo, macinando instancabilmente note su note con la sua consunta Fender Esquire. Bryan Chambers con il tamburello e la sua vicina Louise Marshall con il campanaccio sostengono il ritmo della canzone. Dal vivo si accentuano ancora di più le similitudini con “Golden Years” di David Bowie ed il finale, quando la band smette di suonare nello stesso momento, è praticamente perfetto!

Gilmour rispolvera per la set list di Pompei “Sorrow” l'unica canzone da “A Momentary Lapse Of Reason” del 1987. Le luci all'interno dell'arena scendono fino al buio totale, le tastiere fanno tremare la terra sotto i piedi dei presenti grazie ad una introduzione strumentale praticamente da brividi, sostenuta dalla chitarra di Gilmour, maestro assoluto in questo genere di atmosfere, che travolge come lava bollente tutti i presenti. Gilmour ha il piede destro inchiodato sul pedale, facendo letteralmente piangere la sua chitarra che mai come in questo brano sembra poter parlare. Le luci sul palco e intorno all'arena sono completamente verdi e poi variano in una bellissima fusione cromatica tra verde ed azzurro che invade i corpi dei musicisti. Già da qualche minuto il signor Pratt ha deciso di marciare da fermo come nei tempi migliori dei tour con i Pink Floyd, lanciandosi in una serie di paurosi giri di basso e offrendo ai presenti un vasto campionario di buffissime smorfie. In grande evidenza oltre alla sezione ritmica quella delle tastiere che si intrecciano in un'orgia di suoni, per il personale divertimento di Phillinganes che suona ruotando nell'aria il braccio sinistro. L'immagine della mano destra del chitarrista che suona viene offerta generosamente ai fedelissimi della sua arte grazie al maxi schermo centrale. Pubblico alle stelle e concerto che si avvicina lentamente ed inesorabilmente alla fine.

 “Run Like Hell”, dal doppio “The Wall” del 1979, viene introdotta dalla chitarra carica di effetti di David Gilmour. È tempo di ballare: si prova a trasformare l'anfiteatro in una grande sala da ballo a ritmo di disco music in salsa pinkfloydiana. I musicisti indossano tutti un paio di occhiali da sole, con le luci che cominciano a seguire il ritmo dei riff della chitarra di Gilmour. Quando si aggiunge il resto della band è un'esplosione di suoni e luci capace di far impallidire anche l'eruzione di un vulcano! Phillinganes incita il pubblico a battere le mani, Gilmour e Pratt duettano al microfono come ai vecchi tempi, il pubblico sente che può scatenarsi e partecipare fisicamente alle danze. I fari dello schermo e quelli intorno al perimetro dell'anfiteatro si muovono all'impazzata, roteando ad una velocità tale che rende perfettamente l'effetto fantasmagorico vissuto da chi era presente al concerto. Sul finale un nuovo tributo a Wright da parte di Philinganes, che riprende sonorità e note del compianto tastierista inglese. La chiusura della canzone è strumentalmente paurosa, con il ritmo disco che ad un certo punto martella più veloce tanto che Pratt inizia a saltellare a ritmo sulle sue gambe. Quando la musica rallenta per il finale, dall'alto dell'anfiteatro cominciano ad esplodere inaspettatamente i fuochi d'artificio; Phillinganes si guarda intorno a bocca aperta, così come il pubblico e tutti gli altri musicisti che continuano comunque a suonare ma con lo sguardo rivolto in alto, gustandosi uno spettacolo visivo impressionante. La canzone si conclude in contemporanea con una esplosione di fuochi terrificante, il cui botto finale è tale da stordire momentaneamente tutti i presenti.

Neanche il tempo di respirare e la regia fa partire i suoni delle sveglie di “Time”, con il regista che utilizza l'espediente dell'immagine di una fiamma per coprire il vuoto temporale prima dei bis. Alla fiamma segue a ruota l'animazione degli orologi che ruotano su se stessi, sempre realizzata da Ian Emes per i Pink Floyd nel 1974. Lo spotlight è fisso su Guy Pratt, che con il basso emula il ticchettio di un orologio. Distanislao è intanto preso dai Rototom, provando a replicare il famoso intro originale di Nick Mason. A Chuck Leavell l'onore di eseguire le parti soliste alla tastiera mentre le basi sono appannaggio di Greg Phillinganes, che suona mentre guarda divertito le animazioni sul grande schermo. La voce di Gilmour è secca, precisa e intonata nonostante due ore di concerto siano già alle spalle. Phillinganes torna sullo schermo, a lui il privilegio di ripetere le parole cantate su disco da Wright. Guy Pratt alza il basso in verticale, è tempo di un nuovo assolo e il mago Gilmour tira fuori dal cappello un nuovo capolavoro, mentre tutto intorno le luci diventano tutte rosse. I tre coristi si impegnano al massimo per regalare le vocalità giuste, Kamen cambia l'ennesima chitarra pur di offrire il suo contributo alla causa pinkfloydiana ma la vera protagonista è adesso la Black Strat, che si prende tutto lo schermo. Le dita di Gilmour si muovono lentamente, il suo bending fa alzare l'altezza delle note e le corde sembrano potersi spezzare prima o poi. Chiude “Breathe (Reprise)”, così come si poteva ascoltare sul famoso disco del prisma.

Questa volta non è un trucco della regia, l'ultima canzone parte quasi senza pausa dal brano precedente. È il finale che tutti si aspettano, il vero e proprio capolavoro firmato Gilmour-Waters, quello che  – come si dice in gergo – vale da solo il prezzo del biglietto. Stiamo parlando di “Comfortably Numb”, accolta con gioia e gaudio dai presenti. La parte prestigiosa di 'The Doctor' è offerta a Chuck Leavell (noblesse oblige), mano destra sulla tastiera e sinistra a seguire con i gesti le parole. Quando inizia a cantare Gilmour, il suo pubblico lo segue in coro, in azione contemporaneamente partono centinaia di smartphone che sembrano delle grosse stelle illuminate nella notte. Sullo schermo circolare invece muove in circolo un'ubriacante immagine di arte optical, niente a confronto di quel che accade subito dopo, durante il primo assolo di Gilmour, quando esplodono una marea di laser verdi a sovrastare le teste del pubblico. Gli spettatori urlano la sorpresa, hanno le mani protese verso l'alto, pronti ad urlare insieme al chitarrista la frase “And I have become comfortably numb”. All'appuntamento con il secondo assolo centinaia di cuori sembrano fermarsi tutti insieme, non servono i nuovi laser multicolori lanciati nel cielo dalla regia dello spettacolo per farli tornare a battere: i fan sognano il migliore assolo di tutti i tempi e Gilmour questa sera ha deciso di non deludere i suoi sudditi. L'assolo è lungo, lacerante, ubriacante e maestoso, anche i musicisti se ne accorgono e volgono il loro sguardo a Gilmour con un misto di ammirazione e di orgoglio per essere su quel palco in quel momento. Gilmour ha la testa quasi china sulla chitarra, sembra quasi morso dalla tarantola e dalle sue dita volano lapilli di note, una eruzione che questa volta sarà benevola nei confronti delle antiche pietre pompeiane. Il vero vulcano è proprio davanti a noi, maestoso ed eterno, capace di muovere le corde fino a farle cedere e di far vibrare di emozioni la sua chitarra fino a farla esplodere. Stupisce ancora una volta questo musicista immenso e la sua capacità di tirar fuori dallo strumento quattro minuti di assolo a dir poco pazzeschi. Non esiste un altro musicista capace di regalare queste emozioni, quella manciata di spettatori che hanno avuto la fortuna di essere presenti questa sera a Pompei lo sanno perfettamente e salutano le ultime note della canzone in un tripudio di urla e applausi.  “Comfortably Numb” di stasera è una versione che passerà alla storia in quanto una delle migliori mai suonate da David Gilmour.

Il sorriso soddisfatto di Gilmour quando si toglie dalle spalle il peso della sua Fender è il segnale che tutto è andato per il meglio. Si gira verso Pratt, parlottano brevemente e ridono serenamente, raccogliendo il giusto tributo del pubblico. I dieci musicisti sono adesso in fila sul palco e s'inchinano due volte davanti agli spettatori in delirio. “Buonanotte grazie mille. See you one of these days” è il saluto finale di Gilmour ai suoi fan e noi, incurabili sognatori, ci crediamo e aspettiamo con impazienza che quel giorno finalmente arrivi. Partono i titoli di coda sui quali viene utilizzata la versione in studio dello strumentale “Beauty”.

Possibile trovare dei difetti in questo film-concerto? Musicalmente no in quanto è la fedele testimonianza del clima e delle emozioni legate all'ultimo tour di David Gilmour, diviso tra le canzoni dei suoi ultimi due album solisti e le migliori canzoni dei Pink Floyd dal loro ultimo tour del 1994. Probabilmente un paio di scelte del regista risultano evidentemente discutibili. Non c'è una sola ripresa frontale degli spettatori. Eppure in alcuni filmati promozionali di questo tour ci sono alcuni momenti raccolti nelle prime file dei concerti veramente memorabili. È proprio destino che a Pompei non si debbano vedere i volti degli spettatori! 

C'è un'altro grande assente nel film ed è l'anfiteatro di Pompei, troppo trascurato e sacrificato nel montaggio finale. Nelle due serate dello scorso luglio c'erano decine e decine di particolari che meritavano di essere raccolti, non solo quella persona che con il telefonino stava riprendendo il concerto. Peccato davvero...

Come e' andato questo “Ritorno a Pompei”? Da decenni, migliaia di visitatori continuano a cercare all'interno del tempio pinkfloydiano per eccellenza un segnale della loro permanenza qui nel lontano ottobre 1971; impossibile dimenticare la magia della loro musica raccolta nel film di Adrian Maben. Da questo momento questo luogo sacro sarà ricordato anche per i due concerti di Gilmour. 

Il mito dei Pink Floyd non si muoverà mai da qui e la loro musica continuerà a volare silenziosa nell'anfiteatro per l'eternità.