«THE BATTLE OF LOS ANGELES - Rage Against the Machine» la recensione di Rockol

Rage Against the Machine - THE BATTLE OF LOS ANGELES - la recensione

Recensione del 04 dic 1999

La recensione

Uguali a se stessi, ma ancora più potenti. I RATM versione ‘Y2K’ partono direttamente dall’album “No Boundaries”, il benefit pro Kosovo che li vedeva cantare la loro irsuta cover di “The ghost of Tom Joad”, sfigurandone la natura di folk-ballad per trasformarla in un recitativo hard-funk dai picchi incendiari vertiginosi. Il microfono di Zack de la Rocha esplode anche su questo album, che di base riconferma la struttura musicale cui il gruppo losangelino ci ha abituato ormai da diversi anni, cercando però di spingere ancora di più verso il limite l’aspetto musicale. Se de la Rocha ha chiesto un anno di tempo per poter scrivere con comodo le sue invettive nei confronti del ‘nuovo ordine mondiale’, è anche vero che questo è più che mai l’album di Tom Morello. Il chitarrista, sorretto dalla eccezionale ritmica della band, si permette di fare il bello e il cattivo tempo, riffando, aggredendo, sospendendo i suoni in aria per farli riesplodere fragorosi quando la voce di Zack fa altare in aria. «Volevo fare un disco che suonasse in modo tale da far sobbalzare chi lo ascolta», ha detto il chitarrista italoamericano (nonno piemontese di Torino), e di fatto ci è riuscito, visto che a tratti ci si trova di fronte a sonorità che sembrano campionate o, peggio ancora, figlie di un selvaggio dj che scretcha (“Sleep now in the fire”). E invece no, è tutta farina del sacco di Tom, così come sono suoi i riff incandescenti che gli speakers vi riversano in testa durante l’ascolto. La battaglia infuria, de la Rocha spende parole dure come macigni per raccontare l’impari lotta che c’è nel mondo tra chi ha e chi non ha: soldi, potere, tempo, voce per esprimersi. Se i Public Enemy consideravano il rap la CNN dei neri, i RATN diventano la “Guerrilla radio” degli oppressi e, nonostante i dischi venduti e le lusinghe dello show business, non smarriscono senso e motivazioni. «Non siamo teneri verso l’America, però incidiamo con una multinazionale. E’ una contraddizione, ma ci aiuta a divulgare il messaggio. Per loro far fare dischi a quelli come noi è come mettersi il cappio al collo da soli, anche se ci guadagnano dei soldi», dice Morello, ma sull’efficacia del messaggio forse prevale un po’ di scetticismo. “The battle of Los Angeles” è un virus lanciato nella comunicazione: il problema è che gli antivirus funzionano anche nella musica.
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