«SORCERESS - Opeth» la recensione di Rockol

Opeth - SORCERESS - la recensione

Recensione del 01 ott 2016 a cura di Matteo Galdi

La recensione

Quando si superano i venticinque anni di carriera è lecito girarsi a guardare ciò che è stato: non pochi, arco di tempo nel quale si compiono scelte impegnative, si affrontano ostacoli e si tagliano traguardi, si cambia. Ma il cambiamento non avviene per dare un taglio netto al passato o per rinnegare sé stessi, spesso è fisiologico e progressivo, avviene tanto inconsciamente quanto naturalmente: nell’arco di un quarto di secolo è anche lecito. Queste devono essere state le riflessioni del frontman e mente degli Opeth Mikael Akerfeldt - alla soglia dei 43 anni - durante il processo compositivo di “Sorceress”.

Nati in Svezia ad inizio anni ’90 come band death metal, gli Opeth dell’esordio “Orchid” mostrano classe e raffinatezza, divenendo un esempio di come un genere tanto ostico - ed apparentemente “inaccessibile” – potesse invece essere portato alle grandi masse e negli anni divenire sinomimo di ricercatezza sonora.

La band ha sempre mostrato una vena progressive, accentuata dall’incontro con Steven Wilson – allora leader, compositore nonché visionario degli ormai scolti Porcupine Tree, gruppo di punta del genere degli ultimi anni - che dal 2001 ha intrapreso un percorso con la band, producendo il leggendario “Blackwater Park” e che egli definì come “i più grandi compositori di musica estrema che avesse mai ascoltato”. Brani dilatati, chitarre distorte, atmosfere cupe e cambi di tempo, uso massiccio di growl e di doppia cassa si alternavano a passaggi sognanti ed opposti, in cui la voce armoniosa di Akerfeldt - supportata da chitarre acustiche – dava vita ad atmosfere idilliache. Questa la magia e la caratteristica vincente degli Opeth.

Ad esattamente dieci anni di distanza da “Blackwater Park” pubblicano “Heritage” – e mentre Steven Wilson, in veste di produttore ed amante del prog dona nuova luce ai grandi classici del genere,  rivisitandoli e rimasterizzandoli (note le collaborazioni con i Jethro Tull e Robert Fripp) – gli Opeth decidono di attingere al passato e contro ogni pronostico di abbandonare ogni componente metal dalla loro musica. La psichedelia era predominante in tutto, e con il successivo “Pale Communion” si era ottenuto anche un lavoro ben suonato e prodotto. Ma non erano loro. Paradossalmente gli Opeth rischiavano di divenire una band senza identità, vittima del passato ed emulatrice delle grandi band dalle quali traeva ispirazione.

Ed ora ecco “Sorceress”, che è invece ciò a cui gli Opeth del nuovo corso hanno sempre aspirato. Quello che doveva essere il riuscito a metà “Heritage”. Perché le atmosfere che permeano “Sorceress” sono le stesse che traspirano dai grandi classici degli Opeth. Come se dopo due dischi di transizione la band abbia finalmente raggiunto il proprio, agognato, obbiettivo. “Persephone” - intro dai toni medievaleggianti - riporta subito indietro nel tempo a “Morningrise”, ma la prima vera traccia è proprio il primo singolo “Sorceress”, che attinge da Jethro Tull e Genesis e lo fa sapientemente: ogni riff è ponderato ed ordinato all’interno del brano, è incastonato bene all’interno dell’album. Si percepisce che coloro che stanno suonando sono proprio i cinque maestri svedesi, non uno dei tanti gruppi amanti delle sonorità rock dei tempi che furono.

Se “The Wilde flowers” mostra le qualità tecniche della band – bello l’intermezzo strumentale, sul quale vengono ricamati i soli stupendi di Akerfeldt ed Akesson – la bucolica “Will o the wisp” mostra il lato più intimo degli Opeth, ricalcando nello stile ballate celebri della band quali “Harvest” e “Burden”. Non mancano pezzi dai ritmi serrati: le tastiere ed il basso di “Chrysalis” sono tanto potenti quanto violente, dalle tinte epiche è invece la conclusiva “Era” il brano forse più coinvolgente, epico ed emozionante dell’album.
 

Dopo anni di successi gli svedesi erano sul punto di non ritrovare più la giusta strada, quasi di proposito avevano perso la bussola ed un filo conduttore (rischiando di finire in un vicolo cieco): con “Sorceress” sembrano aver ritrovato la propria dimensione.

“E’ la fine di un’era” canta Akerfeldt - ed il percorso è stato più difficile del previsto e deviato bruscamente. Gli Opeth ora sanno però quello che vogliono, hanno già intrapreso la strada migliore verso la quale volessero e potessero tendere.

TRACKLIST

01. Persephone (01:52)
02. Sorceress (05:49)
03. The Wilde Flowers (06:49)
04. Will o the Wisp (05:07)
05. Chrysalis (07:16)
06. Sorceress 2 (03:49)
08. Strange Brew (08:44)
09. A Fleeting Glance (05:06)
10. Era (05:41)
12. The Ward (03:14)
13. Spring MCMLXXIV (06:11)
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