«KULANJAN - Taj Mahal» la recensione di Rockol

Taj Mahal - KULANJAN - la recensione

Recensione del 13 nov 1999

La recensione

Nell'aprile di quest'anno, Taj Mahal, nel bel mezzo di un lungo tour, è arrivato ad Athens, Georgia e si è incontrato in uno studio di registrazione con altri sette musicisti del Mali, ivi compreso Toumani Diabate e la sua kora, una sorta di arpa a 21 corde. Tutti abituati ad attraversare l'oceano: Taj Mahal aveva già suonato, tra gli altri, con Ali Farka Touré in “The source” (1992) e Toumani Diabate si era fatto conoscere per la collaborazione con Danny Thompson nel progetto “Songhai”. Da questo incontro e dalle session che sono naturalmente sgorgate tra uomini che si sono votati alla musica é nato il progetto “Kulanjan”: standard di blues si alternano a tradizionali africani e a brani scritti da Taj Mahal e da Toumani Diabate in un flusso di strumenti a corda e percussioni che non incontra interruzioni. Il suono è minimale ed affascinante e le voci si distinguono nettamente sopra l'intreccio di kora e chitarre: eterea e squillante quella di Kassedamy Diabate, grave ed ombrosa quella di Taj Mahal. Tra le canzoni spiccano “Fanta sacko” (con Taj Mahal al piano), i classici “Catfish blues” e “Take this hammer” e la conclusiva “Sahara”. Nel contesto l'incontro diventa l'occasione per scoprire che l'Africa e il blues si appartengono a vicenda e l'autorevolezza della produzione di Joe Boyd autorizza a pensare a “Kulanjan” come il più importante progetto musicale atto a collegare Africa e America dopo “Talking Timbuctu”, il capolavoro fondamentale di Ry Cooder con Ali Farka Touré.

TRACKLIST

02. Tunkaranke
03. Ol' George buck
04. Kulanjan
05. Fanta sacko
06. Guede man na
08. K'an ben
10. Atlanta kaira
11. Mississippi-Mali blues
12. Sahara
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