«FOLFIRI O FOLFOX - Afterhours» la recensione di Rockol

Afterhours - FOLFIRI O FOLFOX - la recensione

Recensione del 08 giu 2016 a cura di Daniela Calvi

La recensione

"Voglio essere felice e non me ne frega più un cazzo se è la cosa più banale del mondo”: questa è la frase con cui Manuel Agnelli chiude la presentazione del nuovo, doppio, album degli Afterhours intitolato “Folfiri o Folfox”. Una rinascita dopo un lutto, un’esplosione. Come accorgersi che il non mollare mai è gran lunga più faticoso che permettersi di lasciarsi andare. Un momento sacro in cui la responsabilità nei confronti di tutti sta diventando zavorra e vuoi fare uno strappo alla regola: concederti un po’ di felicità.
E’ su questo, e molto altro ancora, che girano le canzoni del nuovo lavoro degli Afterhours. Un disco atteso, un grande ritorno con una nuova formazione dopo che la band si è trovata senza elementi storici come Giorgio Prette (a cui alla batteria è subentrato Fabio Rondanini) e Giorgio Ciccarelli (sostituito alle chitarre da Stefano Pilia).

“Folfiri o Folfox” - il titolo è il nome dei trattamenti chemioterapici subiti dal padre di Agnelli, deceduto per il cancro - è soprattutto un disco di canzoni, così come lo era “Padania”, anche se qui più che davanti ad un concept siamo davanti a un disco personalmente concettuale. Quello che ne esce, il messaggio finale, l’opera d’arte nell’insieme, è la vera forza di tutto quanto. Poi la bellezza la si trova anche facile, basta ascoltare alcuni brani del disco 1 come “Il mio popolo si fa” e il singolo “Non voglio ritrovare il tuo nome”, mentre la struggente “L’odore della giacca di mio padre” rimane il manuale di istruzione per capire tutto il resto.
Non facile scrivere di qualcuno che non c’è più e farlo in modo così didascalico ma allo stesso tempo romantico. Si capisce anche da qui che il disco, entrambi i dischi, son come una lettera aperta a un genitore che manca (o a un Santo, o agli Dei, o allo Spirito…). Un dialogo che non è solo personale di Agnelli, ma è collettivo di tutta la band. Un messaggio corale che risucchia nel vortice dei sentimenti anche le sensazioni di tutti gli Afterhours che, come dice il leader, stavano attraversando “lo stesso sconvolgimento”. E si sente.

E’ un album compatto e intenso così come lo sono i brani che lo compongono. “Ti cambia il sapore” è ipnotica e a tratti gotica, temi che si sposano perfettamente con l’idea di un album saturo, quasi prog, pregno di sentimenti ruvidi che si percepiscono da subito, con canzoni dove la tristezza viene tramutata in rabbia come in “Qualche tipo di grandezza” e “Lasciati ingannare (una volta ancora)”, saggia e coinvolgente più che mai: “La verità non cresce sul vuoto sai, a volte può non crescere mai”.

Nel disco 2 troviamo “Folfiri o Folfox”, che potrebbe benissimo sembrare un pezzo dei Prodigy in versione anni Settanta. Ispirata ai nomi di due trattamenti di chemioterapia, dicevamo, ed è un brano di denuncia a tratti ironica, dove dietro l’ironia si celano problematiche e temi reali più che mai (“la sanità può curare i suoi grandi numeri ma non me”). “Fa male la prima volta” è un brano rock-elettronico che rimanda a tratti al classico repertorio degli Afterhours, mentre la successiva “Noi non faremo niente” è la rappresentazione di quello che succede durante il giro di boa della propria vita. Intensa e disarmante anche per via degli arrangiamenti scarni, il brano lascia il passo alla ballad “Né pani né pesci”, una delle canzoni meglio riuscite del disco. Torna protagonista il violino di Rodrigo D’Erasmo in “Ophyx” che per quanto stridente fa quasi assopire per via del suono ipnotico. La secchiata di acqua fredda a rigenerarti arriva con la successiva “Fra i non viventi vivremo”, un treno in corsa lanciato alla velocità della luce. “Se io fossi un giudice”, tenuta in chiusura del disco 2 è l’emblema di tutto il doppio album: soffrire per poi rinascere, avere la libertà di chi non ha più niente da perdere: “Ho smesso di nascondermi, mi riconoscerai”.

“Folfiri o Folfox” è infettivo, contagioso, virale. Riesce ad essere luminoso e illuminante anche quando sembra essere fatto solo di suoni distorti e stridenti. Ascoltarlo e affidarsi a queste diciotto canzoni è come entrare in una stanza buia e vuota, lasciarsi inghiottire dal nulla ma sapere perfettamente dove si trova l’interruttore della luce. Gli Afterhours hanno dato alle stampe un doppio album sulla morte e sulla rinascita che non è affatto semplice, ma è un disco vero, che rispecchia a pieno lo stato di animo di chi l'ha scritto.

Quindi è così, Manuel Agnelli si è arreso alla felicità. Non ci si può che congratulare e chissà che non sia di buon esempio per molti altri. La chiave sta nel prendersi un po’ meno sul serio, insomma.
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