«WHY ARE YOU OK - Band of Horses» la recensione di Rockol

Band of Horses - WHY ARE YOU OK - la recensione

Recensione del 07 giu 2016 a cura di Simone Magnaschi

La recensione

Lo premetto: "Everything all the time" and "Cease to begin" sono stati due dei dischi che più ho ascoltato negli ultimi anni. Ho scoperto i Band Of Horses grazie ad un caro amico e le loro canzoni sono legate a ricordi personali molto importanti, ragion per cui le sonorità inconfondibili dei loro primi lavori fanno parte di me, volente o nolente. Capirete con quanta delusione abbia accolto il loro “Mirage Rock” prodotto dal celeberrimo Glyn Johns, uno dei più grandi nomi del rock, in quel campo (ha lavorato con chiunque, dagli Zeppelin agli Stones a Hendrix). Quel disco l’ho considerato fiacco e poco ispirato e ho sempre fantasticato su Ben che tra sé e sé, tirando le somme del disco, pensava a quanto la scelta di Johns si fosse rivelata fallimentare. E' solo una mia fantasia, sia chiaro. Ma ero quindi scettico e curioso nell’accogliere il loro quinto lavoro.
Sciogliamo subito i dubbi: “Why are you OK” è un disco riuscito. Molto riuscito.

Ad aiutare Ben nella produzione c’è ora Jason Lytle, leader e cantante dei Grandaddy. Un passo di fianco rispetto all'approccio classic rock di Johns. Questa nuova ed inedita collaborazione ha portato alla realizzazione di un disco che apre un nuovo capitolo stilistico per la formazione capitanata da Ben Bridwell. Ascoltando “Why are you OK” riconosco i Band of Horses che mi sono familiari ma li vedo tinti di una luce diversa, più adulta e più consapevole. Il loro è un album di esperienza, che suona onesto e sincero e evolve le sonorità e caratteristiche peculiari che hanno reso i Band of Horses una delle band più amate degli ultimi anni.

Per questo disco Ben non si è isolato dal caos e dalla città per scriverne i brani, come era solito fare per i precedenti lavori, ma ha composto il tutto immerso nella sua routine casalinga di marito e padre di famiglia. Questo forse ha facilitato la scrittura di un disco diverso e nuovo rispetto agli standard dei BoH. Ci sono le aperture sonore e dilatate che rimandano alle praterie ventose e assolate del midwest di "Dull Times" (curioso che l’accordo di apertura assomigli così tanto a "The first song", la prima canzone del loro primo disco) ma anche suoni più schiacciati e “metropolitani” come la divertente "Casual Party", il primo singolo. C’è la fragilità solenne di "Hag", aiutata dagli overlay orchestrali e dalla voce inconfondibile di Ben che chiede più volte “Are we in love, are we really in love?”.
La batteria metronomica e la scelta del featuring di J. Mascis dei Dinosaur Jr in "In the drawer" ci ricordano che assieme a Ben c’è Lytle alla produzione del disco con il suo solido background nell’indie rock americano più classico. Lo si sente anche nella scelta dei bassi spesso saturi e a volte distorti che arricchiscono i tappeti di chitarrone aperte tipici della band. E’ una nuova alchimia che, seppur allontanando i BoH dalle tinte più classic e southern, li restituisce in una nuova forma più moderna e attuale. L’odore di folk tuttavia c’è ancora e si sente in pezzi come "Throw my mass" o "Country Teen".

Il disco scorre piacevole e si chiude con due pezzi eccellenti. "Barrel House". delicata, morbida e intima e "Even still" decorata da piani, synth e dalla voce sospesa e a tratti lontana di Ben; nella parte finale la canzone si apre a un tappeto di bassi distorti e ricchi di effetti che saturano l’ambiente consegnandoci la conclusione del percorso di "Why are you OK". E’ la fragilità, secondo me, la chiave di lettura di questo disco, o meglio, la consapevolezza della fragilità, la sua accettazione e la conseguente nascita di una nuova identità più ricca e completa. Un disco da 4 stelle piene.
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