«THE COLOUR IN ANYTHING - James Blake» la recensione di Rockol

James Blake - THE COLOUR IN ANYTHING - la recensione

Recensione del 10 mag 2016 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

James Blake è uno di quegli artisti che ami senza riserve o, al contrario, ti innervosiscono. Ma che piaccia o meno, non gli si può non riconoscere che è immediatamente riconoscibile: si è (quasi) inventato un genere. E con questo terzo album, “The colour in anything” - pubblicato a sorpresa la scorsa settimana, come vuole lo standard odierno - l’ha perfezionato: il suo disco più bello, a fuoco e maturo.


E’ un’operazione di bricolage musicale, quella di James Blake: ha preso due elementi esistenti, li ha manipolati e uniti talmente bene fino ad ottenere qualcosa se non di nuovo, sicuramente di unico. Da un lato le ballate intimiste, minimali e soul, basate sul piano. Dall’altro l’elettronica. Il collega Gianni Santoro su Repubblica lo chiama "Loop soul", ed è una bella definizione. Ma togliete uno di questi due elementi a Blake, e sembrerà di una banalità sconcertante. Però sentite come mette assieme queste cose apparentemente così diverse: “Radio silence”, la canzone che apre l’album e che doveva anche dare il titolo al disco, ne è l’esempio migliore.

Non c’è un suono fuori posto, in “The colour in anything”, anche quando Blake alza un po’ il ritmo (e ricorda il synth-pop anni ’80 alla Eurythmics) in “I hope my life (1-800 mix). Le canzoni sono scritte alla perfezione, e arrangiate ancora meglio, e se possibile più complete del primo eponimo disco e di “Overgrown”.

Dice di essersi ispirato a Frank Ocean (uno degli ospiti del disco: ha contribuito al songwriting): ma è lì che si mostra il limite principale di Blake. Si ispira al soul, alla musica black, le sue interpretazioni risultano perfette, ma sempre un po’ algide, prive di quel calore che invece Ocean e certi songrwriter - come Bon Iver, presente in “I need a forest” - sanno mettere nelle loro canzoni, anche quando fanno abbondante uso di tecnologia oltre che di strumenti acustici. Non è sempre così: “My willinge heart” è la canzone più scura e avvolgente in un disco però che però da sempre una situazione di distanza. Non aiuta neanche la lunghezza: 17 canzoni , 76 minuti sono tanti, e alla fine l’omogeneità dei suoni fa sembrare ancora più lungo l’album.
Dettagli? Forse. “The colour in anything” è comunque un gran disco, anche se avrebbe bisogno di qualche colore in più, quelli messi nel titolo e nella stupenda copertina di Sir Quentin Blake.
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