«A MOON SHAPED POOL - Radiohead» la recensione di Rockol

Radiohead - A MOON SHAPED POOL - la recensione

Recensione del 09 mag 2016 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione




Sono scomparsi! No, sono riapparsi.
E’ un preciso segnale politico. No, è marketing.
Sono dei geni. Macché, sono solo dei ruffiani.
Sembrano i Coldplay. No, è la voce di Yorke che è brutta, da sempre!
In questi giorni si è letto tutto e il suo contrario. Ma, mentre ci si arrovellava nel cercare un motivo o una definizione per comprendere le azioni dei Radiohead, la band di Oxford si dimostrava ancora una volta un passo avanti a tutti nel creare un clima di sorpresa e isterismo di fronte ad una sua uscita.
E’ vero: sono scomparsi dai social, ma in realtà non se ne sono mai andati, semplicemente hanno tirato una riga bianca sul loro passato: la cosa è sembrata talmente eclatante da far riempire pagine e pagine cartacee ed elettroniche di testo senza spendere una lira di campagna pubblicitaria.
Avete ragione voi, sono un po’ ruffiani, ma anche dei dannati geni.

Ora però, dopo il muro di parole, tocca alla musica: il tanto atteso nono disco è tra le nostre mani, almeno nella sua forma digitale. In attesa di avere la copia fisica deluxe ci concentriamo completamente sulle nuove canzoni - anche se, come potrete leggere qui, molte di queste erano già state presentate in passato, fino a tornare persino alle sessioni di registrazione di “The bends”.

“A moon shaped pool”, questo il titolo del successore di “The king of limbs”, è stato anticipato da due singoli, “Burn the witch” e “Daydreaming”, a cui spetta anche il compito di aprire l’album. Il primo brano mette subito in chiaro quali sono le basi del nuovo corso radioheadiano: mettere in risalto le qualità compositive di Jonny Greenwood, considerato in patria uno dei più importanti compositori di musica contemporanea "colta", nonché autore di diverse colonne sonore. E’ proprio il muro di archi sovrapposti che apre la canzone la firma del musicista anglosassone; archi che si fanno sempre più insistenti, mentre la voce di Yorke si divide tra parlato e falsetti verso un finale in cui montano lentamente quell’angoscia, quel senso di oppressione e rabbia che sono sempre stati il marchio di fabbrica dei Radiohead.
“Daydreaming” si apre con dei suoni che ricordano le atmosfere di “Kid A”, dall’album omonimo, per poi lasciare spazio ad una canzone “sognante”, ma fatta di un sonno pieno di rimorsi e sensi di colpa: “And it's too late/ The damage is done/ The damage is done”.
“Desert island disk” è una ballata per voce e chitarra acustica di ispirazione più statunitense che britannica, che farà spargere più di una lacrima ai fan ancorati ai Radiohead “ante Kid A”.
Ma sarà una breve soddisfazione interrotta da “Ful stop”, dove un basso incessante circondato da organi e synth trasporta il brano in un crescendo in cui la voce di Yorke sembra quasi nascondersi, fino all’esplosione tra falsetti e chitarre: sicuramente una delle perle di questo disco.
“Glass eyes” è un brano intenso, spazzato da ventate di archi, in cui Thom sembra raccontare una storia molto personale ("Hey it's me/I just got off the train/Frying in place/Her face is a concrete grey"). Mentre “Identikit” si appoggia su un bel giro di basso su cui si inerpicano la voce sdoppiata di Yorke e i synth in un crescendo lisergico di chitarre.
“The numbers” ricorda da lontano la forma canzone usata per “Paranoid Android”: lì venivano unite diverse canzoni in una, qui troviamo un mash-up di intuizioni musicali tra il pianoforte dalle tinte jazz e le grandi orchestrazioni di Greenwood su cui Yorke canta il suo inno ambientalista: “We call upon the people/ People have this power/ The numbers don't decide/Your system is a lie”.
La coda di chiusura spetta a tre canzoni molto diverse: “Present tense” è, a suo modo, un brano molto importante perché fa percepire il peso della band che temevamo essere irrimediabilmente smembrata nella estenuante ricerca elettronica. “Tinker tailor soldier sailor rich man poor man beggar man thief” sembra seguire lo stesso spirito finchè non viene travolto dagli archi, che fanno calare una coltre oscura e asfissiante.
La chiusura spetta ad uno dei brani preferiti dai fan. Una canzone che ha almeno vent’anni, registrata per la prima volta nelle sessioni di “The bends” ma presentata solo dal vivo. Parliamo di “True love waits”, che qui perde la sua storica forma esile ed acustica per un arrangiamento per piano più introspettivo. Quella che era una canzone d’amore, infatti, ora assume una connotazione ancora più malinconica con la voce di Yorke che si rompe nel ricordare una passione finita male, forse proprio quella con la moglie da cui ha divorziato recentemente.

La forze che hanno portato i Radiohead a un disco sorprendente sono proprio questo tre: un sapore di tristezza per un amore ormai irrimediabilmente perduto, assieme alla rabbia politica e al fervore ambientalista.
I Radiohead sono stati capaci di portare la forma-canzone in una nuova dimensione, dove non c’è confine tra passato e futuro, tra tradizione e sperimentazione, tra pop/rock e musica contemporanea tout-court. Ci vorranno ancora molti ascolti e molto tempo per dare una valutazione più approfondita di “A moon shaped pool”. E' il miglior album dei Radiohead dai tempi di "Amnesiac"? Forse, ma per ora possiamo solo essere felici per questo importante e tanto atteso ritorno

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