SIDE PONY

Nonesuch (CD)

Voto Rockol: 4.0 / 5

di Paolo Panzeri

La rivista Rolling Stone segnala “Side pony” dei Lake Street Dive tra gli album più attesi del 2016. Ora, non è che il Rolling Stone americano abbia il dono dell’infallibilità o che detenga il verbo assoluto ma è pur sempre una voce con una certa autorevolezza. A questa segnalazione si aggiunge il fatto che il nome di questo quartetto – Rachael Price (voce), Mike Calabrese (batteria), Mike Olson (chitarra e tromba) e Bridget Kearney (contrabbasso) - rientra con una certa continuità nei discorsi di addetti ai lavori e non. Almeno oltreoceano. Allora diamo fiducia a quanto accade negli Stati Uniti e ascoltiamo il disco.

Ma prima una intro.
I quattro si sono incontrati a Boston, nella città del Massachusetts erano studenti di jazz e frequentavano il medesimo college musicale. Una decina di anni fa uniscono le forze e danno il via al progetto Lake Street Dive. Sulle prime l’indirizzo musicale della band si rivolge verso la sperimentazione e la ricerca di una ricetta originale. Vuoi perché la gioventù ha quasi sempre in sé la volontà di proporre qualcosa di nuovo, vuoi perché il jazz da loro prediletto contiene in maggiore misura rispetto ad altri generi musicali una importante variabile dedicata all’estro e alla sperimentazione.
Comunque sia, i quattro con il trascorrere del tempo inglobano diverse influenze musicali, le fanno loro, le rielaborano e ne fanno canzoni. Il risultato finale è di buonissima qualità. Magari non si distingue per avere il pregio dell’originalità – a volte l’originalità può essere un gran bel pregio – ma, senza dubbio, non manca di perizia e preparazione musicale: queste sono senza dubbio presenti in dosi massicce.

L’ascolto di “Side pony” ci porta in un mondo dove – per dirla con le loro parole – “Beatles e Motown fanno festa insieme”. Con la bilancia che pende, forse a causa dei natali dei quattro ragazzi, decisamente più dalla parte della storica etichetta di Detroit che da quella dei fantastici quattro di Liverpool. Insomma, il rhythm ‘n’ soul prevale sul pop. Non mancano altresì incursioni che apparentano al jazz, come “Mistake”, stimolate dall’uso della tromba di Mike Olson oppure reminiscenze di sapore disco come “Can’t stop” dove i puntuali cambi di registro vocali di Rachael Price sono il migliore esempio riguardo a che razza di cantante sia la 30enne originaria del Tennessee. La vocalist è uno dei punti di forza dei Lake Street Dive, ma in ogni brano la voce solista è sostenuta degnamente dai cori degli altri componenti della formazione. E’ molto piacevole constatare come la band sia degna di tale definizione. Ovvero, come ogni componente sia al servizio del bene comune così che il risultato finale sia maggiore della somma delle parti.
Ogni canzone, come insegna la lezione appresa dai brani prodotti dalla citata Motown, non si dilunga oltre il livello di guardia e rimane entro una lunghezza temporale radiofonica e, ben più importante, ha una geometrica compiutezza tanto che la si potrebbe definire perfetta, se la perfezione fosse di questo mondo. Una compiutezza che si spande su tutte le dodici canzoni che compongono l’album. Difficilmente i quattro potranno ambire ad aggiungere la parola star al tipo di genere musicale che gli vogliate tagliare addosso per poterli meglio etichettare, però l’ambizione ad avere grande rispetto e plauso quella non potrà mancare.
L’album dei Lake Street Dive è un caldo raggio di sole che terapeuticamente ci colpisce ad ogni ascolto.

I ragazzi hanno dallo loro, tra l’altro, una garbata simpatia che nessuno te la può regalare se non ce l’hai. Per chi volesse farsi un’idea di ciò è consigliata una ricerca in rete dei loro video e delle loro originali versioni di canzoni come “Bohemian rhapsody” dei Queen e “Love shack” dei B-52’s.