«PERFECTAMUNDO - Billy Gibbons» la recensione di Rockol

Billy Gibbons - PERFECTAMUNDO - la recensione

Recensione del 10 nov 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

A pensar male si fa peccato, ma solitamente non si sbaglia. Lo abbiamo imparato in decenni di promesse mantenute a metà, nella migliore delle ipotesi, con campagne promo e comunicati che magnificavano dischi "speciali" che si rivelavano poi – se andava bene – appena ascoltabili e tutto tranne che speciali. Per cui a leggere ciò che si diceva del debutto solista di Billy Gibbons (deus ex machina degli ZZ Top), in molti abbiamo storto il naso pensando si trattasse delle solite trombonate. Sì certo: Gibbons che si mette a suonare latino e afro-cubano? Ma per favore...

È invece un piacere constatare che la diffidenza, oltre a essere peccato, in questo caso si è rivelata cattiva consigliera. Perché “Perfectamundo” è un bel disco ed è davvero – francamente stento ancora a crederlo dopo alcuni ascolti (sì sono uno che ha la testa dura) – un piacevolissimo divertissement che mescola sonorità latine, rock-blues e un tocco di hip hop senza incappare nell’effetto minestrone passato col mixer, in cui tutto si confonde con tutto e ci si trova un pappone verdastro/marrone nel cucchiaio.
Il singolo “Treat her right” (cover di Roy Head) è un buon indicatore dell’atmosfera di tutto il disco: sonorità torride e rilassate, immaginaria colonna sonora di un improbabile spaghetti western ambientato in un’estate cubana. E poi tanta voglia di – come dicono gli inglesi – “let your hair down”, cioè di lasciarsi andare alla spontaneità, seguendo il flusso di pensieri e desideri, senza troppe menate. Per Gibbons, questo approccio senza paletti significa recuperare vecchi studi fatti in gioventù, quando fu allievo nientemeno che di Tito Puente per imparare i segreti delle percussioni latine.

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Quindi la componente di gioco e sperimentazione è molto forte, senza però risultare mai troppo autoindulgente: è facile seguire il filo del discorso musicale di Gibbons, che riesce a mettere l’ascoltatore a proprio agio anche avventurandosi in territori che – solitamente – non siamo abituati a vederlo battere. Manifesto di questo atteggiamento sono la lenta e sorniona “You’re what’s happenin’, baby” e “Sal y pimiento”, intrisa di percussioni e spezie sonore che la rendono intrigante al punto giusto.
Menzione speciale alle tracce vocali, che vedono Gibbons deliziarci con il suo vocione urticante – che crea un bel contrasto con le frazioni musicali più light – in inglese e spagnolo, mischiati (ovvero lo “Slanguish”, come lo stesso artista lo definisce).

In definitiva, un ottimo album, sorprendente e divertente, che fa rimpiangere il fatto che Gibbons non abbia iniziato prima questo suo percorso solista. Unico appunto: considerando che siamo praticamente a Natale, un disco così totalmente “caldo” stona un po’... ma probabilmente sarà bello e bizzarro ascoltarlo in cuffia, per strada, con le luminarie a festa, i Babbo Natale finti e i panettoni in offerta a corredo.
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