KISS KISS BANG BANG

Sony (CD)

Voto Rockol: 3.0 / 5
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di Fabrizio Zanoni




In Italia esiste il rap al femminile? Sostanzialmente no. Tolta La Pina (che i più nemmeno ricordano abbia fatto rap prima di fare la speaker radiofonica) e Missa (che ha avuto luce dei riflettori sostanzialmente solo per un dissing a Fibra tanto che il suo nuovo album è stato venduto solo tramite la rete), l'unico nome di un certo peso è Baby K. La scena presenta in più giusto un pugno di proposte in quota rosa ma assolutamente sconosciute ai più (Marya, Lady D, La Kost, Fair, Marti Stone, Loop Loona, Doll Kill).
La stessa Baby K, prima del botto estivo di “Roma-Bangkok” (5 settimane al n°1 come singolo italiano più venduto e una fila di record su Spotify, Shazam...) aveva avuto come mentore Tiziano Ferro, produttore del precedente album, e aveva rappato nella riedizione di “Hanno ucciso l'Uomo Ragno” di Max Pezzali. Di veri successi camminando sola sulle sue gambe però non se ne registravano. Ed è qui la sfida di questo album. Per la cronaca, la hit dell'estate, cronometro alla mano, vede cantare Giusy Ferreri per un minuto e venti secondi mentre Baby K fa sentire la sua voce solo per trentasei secondi.

“Kiss Kiss Bang Bang” è il secondo album ufficiale di Baby K dopo “Una seria” del 2013. Cittadina del mondo, è infatti nata a Singapore, cresciuta a Londra dove scopre l'hip-hop. prima del trasferimento a Roma autoproclamandosi esponente del girl power di Spicegirliana memoria. Nel disco il tema torna in più brani: “Anna Wintour”, esempio di donna in un mondo di uomini che sa imporsi ed emergere, o “Lasciati le sneakers” trasposizione femminile del “Togliti tutto e lasciati i tacchi”.
Il disco si sviluppa in 14 tracce, la cui matrice di fondo è una ricerca della melodia orecchiabile (buone le produzioni affidate a Takagi e Ketra) e una sostanziale leggerezza dei temi affrontati. I limiti del lavoro sono da ricercarsi nel fatto che il disco suona sempre gradevole ma mai particolarmente nuovo, mentre il livello tecnico delle metriche non lascia a bocca aperta. In ambito lavorativo lo stereotipo vuole che, per emergere, una donna debba sempre dimostrare di essere brava il doppio rispetto ad un collega uomo; ammesso che sia vero, la sensazione è che qui Baby K non ingrani questa doppia velocità.

Ma non è su questo che vale la pena soffermarsi: in fondo era una critica che veniva mossa anche a Fedez, prima che riempisse le pareti di casa di dischi di Platino; in molti casi i funambolismi tecnici sono poco fruibili e lasciano un po' il tempo che trovano. Semmai sono certi temi scelti a lasciare perplessi, come in “Dindi”, un campionario di shopping, unghie, parrucchiere, tacchi. Una sintesi poco originale quanto certe popstar che dopo decenni agitano ancora il fondoschiena per far girare il proprio videoclip.
Va meglio quando Baby ci racconta di una passione che non sa trasformarsi in un vero e proprio amore (“Brucia)” o del suo passato in “Chiudo gli occhi e salto”. Come a scuola, dimostra di avere qualche numero per fare di più, ma a tratti si accontenta: è una bella ragazza che accetta i cliché di temi a volte troppo prevedibili, un po' come i tanti, troppi, suoi colleghi maschi quando rimasticano per la millionesima volta metriche su donne, alcol, droga, strada e criminalità.
Uscire da questi steccati è possibile e salutare. Questo disco se ne dimentica un po', si accontenta di essere ammiccante, danzerino, leggero, orecchiabile, estivo. Come il singolo che ha caratterizzato l'estate 2015 con 45 milioni di visualizzazioni. Ma non è sempre Natale e in alcune tracce si annusa l'odore del compitino.