«L'INFERNO DEI VIVI - Richard Benson» la recensione di Rockol

Richard Benson - L'INFERNO DEI VIVI - la recensione

Recensione del 15 giu 2015 a cura di Mattia Marzi

La recensione

Richard Benson è un personaggio al limite, che ha saputo fare della sua vita una sintesi tra show e follia: nasce, artisticamente parlando, negli anni '70 come musicista attivo nell'undeground romano (dopo aver militato in alcune formazioni giovanili, Benson si unì alla band progressive rock dei Buon Vecchio Charlie come chitarrista e nel 1971 incise un disco solista che verrà distribuito solo vent'anni più tardi, nel 1990, in edizione limitata), ma ben presto decide di darsi alla televisione conducendo una serie di trasmissioni televisive in cui presenta al pubblico alcune novità discografiche hard rock e heavy metal (nel 1992 Verdone lo scritturò pure per un cameo nel film "Maledetto il giorno che t'ho incontrato", in cui il chitarrista veste i panni di sé stesso). Il suo unico album in studio ufficiale, "Madre tortura", risale a circa diciotto anni fa; negli ultimi anni Benson ha continuato comunque ad esibirsi dal vivo: complice anche l'avvento di internet, però, il musicista britannico naturalizzato italiano è diventato popolare più come fenomeno virale per il rapporto intenso che lo lega al proprio pubblico. Il personaggio, in altre parole, ha finito per prendere il sopravvento sull'artista.

Ora, a ben diciotto anni di distanza dalla pubblicazione di "Madre tortura", Richard Benson torna a sorpresa sulle scene con "L'inferno dei vivi", disco prodotto dai fratelli Federico e Francesco Zampaglione (i Tiromancino) che raggiunge il mercato per l'etichetta torinese INRI Records (co-fondata da Dade dei Linea 77 e, come si legge dal sito della stessa, impegnata a "produrre realtà artistiche, in qualsiasi forma esse siano: musicisti, pittori, disoccupati, perditempo, non importa. L'importante è che abbiano qualcosa da esprimere, e che a noi piaccia cosa e come lo esprimono"). I Tiromancino, parlando del nuovo album di Benson, lo hanno definito come "un'opera rock che mescola metal, horror, rock parodistico e delirio", e non sbagliano, se si ascolta questo disco mettendo da parte i pregiudizi sulla personalità controversa del chitarrista.

Il disco è un misto di satanismo, teologia e religione portata al contrario della religione stessa e contiene otto brani scritti - a detta del chitarrista - in appena venti giorni, all'alba, i cui testi trattano temi quali l'inferno, il delirio, l'ignoto, il mistero, ma anche la società moderna e tutti i suoi problemi. Momenti più ironici e scanzonati (prendiamo ad esempio l'autocitazionista "Vi dovete spaventare", che raccoglie il meglio del meglio delle frasi che Benson è solito urlare sul palco, dal vivo) in cui emerge il "personaggio" che tutti ormai conosciamo, quello che si rivolge al pubblico con un linguaggio violento e scurrile, si alternano a brani più riflessivi e meditabondi, in cui il musicista si lascia andare ad una serie di riflessioni sul mondo che lo circonda: "L'inferno dei vivi è un Dio che è morto portandoci Satana, unico apostolo. Croci rivoltate in cimiteri iconoclastici, in un mare d'erba con due dita di cielo", sentenzia serioso Benson nella title track, brano che apre anche l'ascolto del disco, in un clima oscuro e quasi apocalittico (con le chitarre che accompagnano, in un crescendo a dir poco ansiogeno, la voce di Richard) a descrivere il presente.

Una pecca del disco riguarda l'equilibrio tra musica e parole: l'aspetto musicale si presenta infatti come un semplice condimento, secondario rispetto ai testi. Protagoniste degli arrangiamenti sono le chitarre, spesso distorte (e ci piace leggere questa distorsione, nell'economia del concept del disco, come lo specchio della distorsione, della deformazione e dello stravolgimento del mondo moderno: "Si parla spesso di inferno come di una ipotetica punizione divina per le anime perfide, ma il vero inferno è quello che viviamo ogni giorno su questa terra rinnegata da un Cristo canaro", ha dichiarato Benson nella nostra intervista, "con questo disco racconto anche il delirio della società moderna"), con i sintetizzatori chiamati a riprodurre suoni che hanno il compito di creare un'atmosfera quasi onirica e surreale, accompagnati da cori agghiaccianti.

Due interrogativi fondamentali: dove finisce il "personaggio" e dove inizia l'"artista"? E ancora: quanto c'è di Benson, in questo disco, e quanto invece dei Tiromancino? Risposta alla prima domanda: risulta un po' complicato dire dove finisce il "personaggio" e dove inizia l'"artista". Molto sinteticamente potremmo dire che un confine netto che separa i due aspetti dell'immagine di Benson non esiste; e se esiste, il musicista è bravo a presentarsi come "personaggio" e come "artista" a seconda dei contesti: ne "L'inferno dei vivi", che a detta dello stesso Richard vuole essere un disco serio, l'artista prende il sopravvento sul personaggio (ma da parte dell'ascoltatore ci deve essere la volontà di ascoltare l'album mettendo da parte ogni pregiudizio). Riposta alla seconda domanda: è più credibile pensare che a livello di produzione ci sia solamente farina del sacco dei Tiromancino, che per "L'inferno dei vivi" hanno vestito quasi i panni di demiurgo impegnato a mettere ordine all'universo di Benson e di "guida" per lo stesso chitarrista, e che a quest'ultimo sia stata assegnata solamente la scrittura e l'interpretazione dei testi. Sia quel che sia, "L'inferno dei vivi" è una sorpresa: e lo è non solo perché riporta all'attenzione del pubblico musicale un personaggio discutibile come quello di Richard Benson, ma anche per ciò che propone.
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