DRONES

Warner (CD)

Voto Rockol: 3.5 / 5

di Gianni Sibilla

Ogni riaffacciarsi sulle scene dei Muse genera attese, speranze, critiche. Il disco precedente, "The 2nd law", non aveva fatto eccezione: da un lato stupiva per la varietà dei suoni e delle scelte. Dall'altro è stato viso un po' come un tradimento. Probabilmente succederà anche lo stesso per questo "Drones", per motivi simili e opposti. I Muse sono una di quelle band che generano reazioni senza mezzi termini, l'amore incondizionato dei numerosissimi fan, e il disprezzo di chi pensa che siano troppo: troppo teatrali, troppo enfatici, troppo seri.
Beh, questa volta sono andati dritti al punto: "Drones" è un disco da un lato secco, e rock, senza troppi fronzoli, o esperimenti sonori. Dall'altro è sempre un album molto serio e serioso, apocalittico. Un "concept" con canzoni legate l'una all'altra (ma che alla fine vivono benissimo da sole).
C'è chi apprezzerà il ritorno a queste sonorità, e i temi che da sempre vivono nel canzoni di Matt Bellamy e soci. I detrattori potranno dire che è un passo indietro, che i Muse sono sempre troppo enfatici, e che questa volta non si prendono rischi particolari.
Ma il fatto è che "Drones" funziona molto bene, se viene preso come una semplice raccolta di canzoni. E' pieno di citazioni (Queen, U2, Ac/Dc - dal cui giro arriva il produttore Matt Lange, ma anche certe sonorità alla Marilyn Manson). Alla fine in "Dorones" i Muse sembrano i Muse, e qua suonano come i migliori Muse. Ecco l'album, canzone per canzone.




"Dead inside”
Un giro che ricorda vagamente “Radio gaga” fa da base al brano, che poi rimane compresso, senza aprirsi davvero se non alla fine, quasi a sottolineare le atmosfere apocalittiche: è la canzone che introduce il tema da cui arriva il titolo dell’album: “Unleash a million drones/confine me then erase me babe”.

"Drill Sergeant”
 Un intermezzo con parlato militaresco, ispirato a “Full metal jacket” di Stanley Kubrick. 

“Psycho"
Rock ’n’ roll dritto, con un riffone pesamte, e la batteria a sostenere il tutto. Anche qua Bellamy non rinuncia ad andarci giù senza mezzi termini: “I’m gonna make you a fucking psycho, your ass belongs to me now”, mentre ritorna il sergente che chiede “Sei un drone umano?”. In certi momenti sembra di sentire Marylin Manson, più che i Muse.

“Mercy"
Un piano alla U2, una chitarra, una melodia che rimane subito impressa, e di nuovo la batteria dritta, fino all’apertura: “Show me mercy from the powers that be”.

“Reapers"
Un attacco aggressivo di batteria, un giro di chitarra che sembra arrivare dagli Ac/Dc in acido o il “Volo del calabrone” in versione hard rock. Chitarre grandi protagoniste, alte nel mix degli strumenti, tra riff e assoli, con la voce distorta che urla “Killed by drones!”.

"The handler”
Altro riffone hard rock piazzato in apertura, per la prima canzone che nel disco vede il protagonista ribellarsi all’oppressione: “I won’t let you control my feeling again (…), I’m escaping from your grip, you will never own me again”. Anche qua Bellamy si diverte con la chitarra, con un intermezzo da musica classica rifatta in chiave rock, che richiama vagamente di nuovo il “volo del calabrone”.  

“JFK”/“Defector”
Un monologo di Kennedy, il famoso discorso al Waldorf-Astoria il 27 aprile 1961, su una base di archi e chitarre elettriche, apre e chiude la canzone. Le parole lasciano spazio ad un altro riff granitico: "Defector" è una canzone con echi dei grandi ispiratori dei Muse, i Queen, con aperture vocali stratificate a sottolineare la ritrovata libertà del protagonista: “Free, yeah I’m free, from society. You can’t control me. I’m a defector”. 

“Revolt"
Altra canzone, dritta, forse una delle più dritte dell’album, con una bella apertura melodica e un paio di cambi di tempo, mentre il protagonista canta i dubbi della ribellione (“How did we get in so much trouble?/Getting out just seems impossible”). Uno dei prossimi singoli?

“Aftermath"
Si rallenta per la prima volta, con un gioro di archi e una chitarra che prima fa pensare ai Dire Straits (sì, davvero), poi si apre in un giro che sembra quello di “One”, somiglianza che si rafforza quando Bellamy entra delicato con la voce, e quando arriva la batteria. L’unica cosa che somiglia ad una canzone d’amore: “From this moment, you’ll never be alone”.

"The globalist”/“Drones”
Si continua in calare: apertura alla Ennio Morricone, con la melodia fischiettata, quasi in stile western, sottolineata dalla slide e dall’acustica. La voce arriva dopo la lunga intro strumentale, a cantare la fine dell’illusione di libertà, il protagonista si fa prendere dal potere dei droni, li usa per distruggere. Per metà la canzone ricorda i Radiohead, fino all’assalto sonoro che segna il countdown alla distruzione, in cui tornano le chitarre elettriche. Dopo la distruzione, si trasforma in una ballata piano e voce. Insomma, la classica suite da fine disco dei Muse, 13 minuti che sfociano in un canto  quasi da chiesa - non c’è un happy ending: “Killed by drones (now you can kill from your safety of your home with drones”. L’ultima parola è, non a caso, “Amen”.