«VETULONIA DAKAR/ALTALENA BOY - Lucio Corsi» la recensione di Rockol

Lucio Corsi - VETULONIA DAKAR/ALTALENA BOY - la recensione

Recensione del 20 gen 2015 a cura di Mattia Marzi

La recensione

"Nel 2012 sconfigge la Matematica e dopo varie esperienze con gruppi della zona ed altrettante esplorazioni di tombe etrusche si trasferisce a Milano. Nella città tentacolare fonda un duo musicale con il quale inizia a suonare sia nei locali che in strada. Con una buona dose di cocomeri, dinosauri, farfalle e sigarette per la testa decide di intraprendere la carriera solista proponendo brani propri in italiano": si presenta così, con queste poche righe pubblicate nel campo "biografia" della sua pagina Facebook ufficiale, Lucio Corsi; e subito, noi che leggiamo, riusciamo a farci una vaga idea di chi sia questo giovane cantautore toscano e della sua personalità. Poi ci sono le foto, in bianco e nero, che lo ritraggono con un look tipicamente (e forse volutamente) anni '60, facendolo sembrare una sorta di membro aggiunto dei primissimi Pink Floyd. E poi ci sono le canzoni, quelle del primo EP "Vetulonia Dakar" e quelle del secondo EP "Altalena boy", entrambi pubblicati singolarmente negli scorsi mesi e ora assemblati in un unico disco contenente un totale di dieci brani: e sono canzoni irriverenti, brillanti, che non fanno altro che confermare l'idea che ci eravamo fatti di Lucio Corsi leggendo la sua spiritosa biografia e osservandolo in foto. Lucio Corsi è in altre parole un personaggio a tutto tondo, buffo e a tratti grottesco (date un'occhiata al videoclip di "Godzilla", uno dei brani inclusi in "Vetulonia Dakar/Altalena boy"), alieno: proprio come i personaggi le cui avventure Lucio canta, con fare giullaresco e con stile menestrellesco, nelle sue canzoni, provenienti - nella maggior parte dei casi - dallo spazio o da film di fantascienza (alieni, appunto, ma anche astronavi, bambini che spariscono dopo un giro della morte su un'altalena, e Godzilla).

Più che trattare "Vetulonia Dakar/Altalena boy" come un unico disco, però, sarebbe meglio trattarlo come l'unione di due EP (come più sopra accennavamo) con due tracklist e due identità ben distinte: da un lato abbiamo, appunto, "Vetulonia Dakar", cinque canzoni ambientate su uno sfondo bucolico in cui protagonista è la campagna maremmana cara al cantautore toscano e il cui sound è essenzialmente folk, improntato per lo più sul minimalismo del dittico chitarra e voce (basti ascoltare "Cocomero", o "Le api", le più rappresentative di questa ideale "metà" del disco); dall'altro abbiamo invece "Altalena boy", con cinque brani prodotti da Federico Dragogna dei Ministri (già al fianco de Le Luci della Centrale Elettrica come produttore dell'album "Costellazioni" e attualmente al lavoro sul nuovo album in studio di Paola Turci) in cui il sound si fa più complesso, articolato, con altri strumenti - tastiere ed altri effetti elettronici - ad aggregarsi al dittico chitarra/voce, come nel caso della suggestiva "Migrazione generale dalle campagne alle città" o della visionaria "Godzilla" ("Provate a mettere le ali alle lumache, diventeranno draghi; provate a dare i fucili in mano alle cimici, diventeranno simili a carri armati volanti", canta nella prima strofa del brano il cantautore).

Ciò che colpisce di più dei dieci brani contenuti all'interno di "Vetulonia Dakar/Altalena boy" è proprio il tono canzonatorio dei testi, frizzanti e briosi (questa, ad esempio, la prima strofa di "Migrazione generale dalle campagne alle città": "Correva più o meno l'anno in cui Gesù, con un'invasione di campo, interruppe la partita più importante del campionato; i giocatori della Germania sbeffeggiavano l'arbitro, che era finito in panchina espulso per tradimento da sua moglie la sera prima; la figlia segreta del prete aveva una tresca in ballo con l'imperatore: lui le faceva venire le voglie e poi le dava la cura, sembrava un dottore e una volta compiuto l'atto le spiegava sempre nuove regole fondamentali: mai mangiare la neve gialla, mai abbandonare il bagaglio, rimanere sempre in vita e guardare il sole con gli occhiali"). Ma è un'irriverenza, quella di Lucio Corsi, che in alcuni casi sa celare anche un non so che di latente malinconia, come nel caso de "Le api", dove l'incidere del treno funge da ideale rappresentazione del trascorrere del tempo: "Viaggiare di notte sopra un treno significa inevitabilmente affezionarsi ai lampadari delle case, ma il treno va più veloce di me e te che giochiamo a testa o croce".

Lucio Corsi è bravo a non prendersi mai troppo sul serio e l'originalità è la cifra stilistica più evidente del suo cantautorato; anche se, in alcuni casi, sarebbe lecito chiedersi: "Ma questo ci fa o ci è davvero, così 'diverso'"? Dare una risposta a questa domanda, almeno per il momento - e sulla base di un solo album - è un po' difficile. Aspettiamo dunque di ascoltare i futuri lavori di Lucio, sperando che conservino la freschezza e l'autenticità di questa manciata di canzoni.
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