«TRACKS OF MY YEARS - Bryan Adams» la recensione di Rockol

Bryan Adams - TRACKS OF MY YEARS - la recensione

Recensione del 15 ott 2014 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

‘Tracks of my years’, il gioco di parole del titolo, non sarà molto originale, ma può piacere. Un giovane Bryan Adams dal capello lunghissimo e sfrontato quanto basta occhieggia dalla copertina. Con buona disposizione di animo approccio l’ascolto dell’ultima uscita discografica del canadese che ha deciso di affidarsi alle cover per tornare sul mercato dopo sei anni di silenzio. Con buona disposizione di animo ma senza avere molte aspettative al riguardo, gli album di cover qualche lecito dubbio lo sollevano sempre. E’ vero che ogni album fa storia a sé, ma è altrettanto vero che la riproposizione di hit altrui da parte di un vecchio leone (ma non così vecchio) induce a riflettere sullo stato di salute artistica dello stesso. E, purtroppo, anche a pensare al peggio. Quali motivi ci siano dietro questa scelta solo lui li può spiegare con dovizia. E non è poi detto che sia del tutto sincero nell’argomentazione.
Il gioco è a carte scoperte senza sotterfugi, titolo e cover lo svelano a prima vista. Sono canzoni che rimandano indietro nel tempo e che fanno parte della colonna sonora della vita del buon Bryan (e di qualche altro milione di persone). Quattro anni fa fece identica operazione (con tanto di foto di giovane batterista di belle speranze in copertina e con più che discreti risultati) Phil Collins con l’album ‘Going back’.



Undici canzoni in tutto: dieci vecchi successi più un inedito, ‘She knows me’. Inedito che non sfigura nel confronto con le grandi hits del passato del buon Bryan e che entrerà a buon diritto nel largo ‘greatest’ della sua carriera.
Il ragazzo se la cava di classe e mestiere anche quando si cimenta con l’opera altrui.
Il viaggio nella musica del ricordo parte da ‘Any time at all’ dei Beatles e dal Ray Charles di ‘I Can’t stop loving you’. Bryan sa benissimo che non può superare Maestri di tale fatta, ma al loro cospetto non sfigura. Così come riesce a cavarsela con la sua versione di ‘Lay lady lay’, pescata dallo sterminato repertorio di Bob Dylan. Molto più nelle corde della chitarra e della voce del canadese il Chuck Berry di ‘Rock’n’roll music’, ed è party time. L’evergreen ‘Sunny’ di Bobby Hebb è ben interpretata così come la riproposizione di ‘The tracks of my tears’, il capolavoro di Smokey Robinson e dei suoi Miracles che ispira il titolo dell’album, è più che accettabile. A chiudere ‘God only knows’ dei Beach Boys, interpretata al piano con tatto, rispetto e discrezione.
Al tirar delle somme l’ascolto del disco scorre piacevole e divertente. Se è puro intrattenimento quel che si cerca questo di sicuro non manca. Le canzoni sono famose e il rocker canadese le interpreta con dovuta perizia. Apprezzabile il suo non limitarsi a proporre un solo genere musicale ma il cercare di comporre un puzzle di quel che si ascoltava alla radio negli anni in cui è cresciuto. In questo gioca a suo favore la versatilità (e l’aver un sorriso sulle labbra e non prendersi mai sul serio fino in fondo) che in questo caso giova molto al risultato finale.
Questa operazione avrebbe perso in divertimento ma sarebbe stata più curiosa e intrigante se il buon Bryan avesse pescato sì tra i suoni dei suoi anni verdi, però per proporre qualche brano meno famoso e conosciuto. Ma è solo un’opinione che lascia il tempo che trova. E per questa volta può andare bene così.
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