«SNOB - Paolo Conte» la recensione di Rockol

Paolo Conte - SNOB - la recensione

Recensione del 14 ott 2014 a cura di Franco Zanetti

La recensione

A settantasette anni suonati, e con quella carriera che ha alle spalle, Paolo Conte può fare ciò che vuole. Se poi qualcuno non lo apprezza, probabilmente è colpa sua: colpa di chi vorrebbe trovare nel Conte di oggi il Conte del 1975 (“La Topolino amaranto”), quello del 1981 (“Via con me”), quello del 1984 (“Sotto le stelle del jazz”). Confesso il mio peccato: io sono fra quelli. Ho acquistato in negozio, nel 1974 e nel 1975, i suoi primi due album da cantautore; ho partecipato alla “Contiana” organizzata nel 1981 dal Club Tenco; sono stato il suo ufficio stampa nel 1984; ho persino curato, con Riccardo Bertoncelli, un’antologia delle sue escursioni nel jazz (“Paolo Conte plays jazz”, 2008). E, credo inevitabilmente, mi trovo a disagio ascoltando “Snob”: è Paolo Conte, certo, ma un Conte allo stato distillato, in cui le atmosfere i suoni i versi (non solo i versi intesi come testi, ma anche i borborigmi i sospiri i ruggiti da vecchio leone gli schiarimenti di voce) mi pare tradiscano un certo compiacimento – del tutto legittimo, intendiamoci – nell’essere espressioni dell’archetipo Conte.
E non c’è niente di male, ovvio, mica critichiamo Tom Waits quando fa dischi alla Tom Waits, o Leonard Cohen quando fa dischi alla Leonard Cohen. Però il manierismo è lì: ed anche se è nel pieno diritto di chi quella maniera l’ha creata rimanerci e un po’ sguazzarci dentro con tutta l’autoironia dell’uomo intelligente, a volte (chiedo perdono) sembra di ascoltare uno degli esilaranti pastiche di Stefano Bollani - “Argentina”, per dire, anche nella metrica pare una riscrittura di “Sudamerica” (ed è un recupero di repertorio: "Argentina" era stata cantata da Bruno Lauzi in un suo Q-disc del 1980, "Amici miei", mentre "Sudamerica" era uscita l'anno prima, nella versione dell'autore nell'album "Un gelato al limon", e nella versione di Enzo Jannacci nell'album "Fotoricordo").



Faccio eccezione per due titoli: “Si sposa l’Africa”, completamente anomala, quasi uno scherzo, con quel suo ripetere “kunta kinte”, e “Tutti a casa”, semplicissima ed emozionante, che sono i due episodi di “Snob” che consiglierò agli amici; e aggiungo la progressione musicale della frase “gente che stava innamorandosi di noi”, da “Gente (csidn)”, sui cui si sarebbe potuta costruire una canzone meravigliosa, e invece resta lì, inesplorata. A proposito di "Tutti a casa": sembra - lo dico come complimento - una canzone del Paolo Conte degli anni Settanta; e, se non mi sbaglio clamorosamente, "è" una canzone di Conte del 1970: fa parte di un gruppo di brani provinati alla Dischi Ricordi, in via dei Cinquecento a Milano, insieme a "Il ritratto di Laureen", "Che barba", "Wanda", "U.S.S.S.", "Per te", "Prima e dopo", "Pullmann" (poi incisa dall'Equipe 84) e "Personne". Il titolo coincide, mi sorprenderebbe che fosse una canzone completamente diversa da quella. Il resto prometto di riascoltarlo più volte senza la deformazione professionale del recensore, ma è già la quinta volta che l'album gira nel mio lettore, la prima impressione si è sedimentata in un’opinione, e ci vorrebbe un’epifania clamorosa per farmi cambiare radicalmente parere. Tutto è suonato splendidamente, i musicisti che accompagnano Conte sono fantastici e bravissimi – fin troppo, ecco, come fin troppo celebrativa (non ne conosco l’autore) è la cartella di testo che accompagna il disco per la presentazione alla stampa, così volutamente ben scritta e letteraria da quasi infastidire, come se l’autore volesse misurarsi sul piano della poetica con il musicista del quale scrive. Ma “Snob” non mi conquista e non mi convince. E – credetemi – ne sono dispiaciuto.
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