«ACOUSTIC CLASSICS - Richard Thompson» la recensione di Rockol

Richard Thompson - ACOUSTIC CLASSICS - la recensione

Recensione del 22 ago 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Dopo un disco elettrico ("Electric", 2013), ecco i classici in versione acustica. E' lo yin e yang di Richard Thompson , il pendolo di Foucault di un folk rocker che nell'ultimo paio d'anni si è esibito spesso in trio con gli amplificatori a tutto volume ma che è solito girare il mondo con la sola compagnia della sua fida Lowden acustica e del suo inseparabile fonico di fiducia, Simon Tassano, giusto per contenere le spese. Se vi è capitato di vederlo, sapete cosa vi aspetta in questo disco: padrone di una tecnica originale e virtuosa che gli permette alla bisogna di suonare contemporaneamente assoli, ritmica e linee di basso coprendo l'intera gamma timbrica ed espressiva dello strumento, è uno one man band nel vero senso della parola, con una potenza di fuoco praticamente pari a quella di tre musicisti. Al tavolo del merchandising, quando è in giro per concerti, vende un'ampia selezione di souvenir musicali che esulano dalla sua discografia ufficiale e anche questo disco è nato così, per colmare un "gap" nella produzione dai tempi lontani di "Small town romance" (un live acustico pubblicato nel 1984 e da lui sempre poco amato): la particolarità è che contiene nuove versioni incise in studio, e in solitaria, di alcuni dei suoi brani più belli e popolari, una sequenza di istantanee fedeli al credo secondo cui le canzoni sono organismi viventi in continuo movimento che nel tempo possono mutare accordi, intonazioni o frammenti di testo.

E' una sorta di "greatest hits" a spina staccata, non fosse che di hit Thompson non ne ha mai avuti anche se da qualche anno la fan base lo premia portandolo inopinatamente in classifica (in Inghilterra "Acoustic classics" ha esordito al numero 16). Niente Fairport Convention , però, e un solo brano ("One door opens") appartenente al nuovo millennio, forse perché il tempo è l'unico giudice capace di decretare il reale valore di un brano musicale. Il resto del repertorio, qui, proviene tutto dai Settanta (tre titoli), Ottanta (cinque brani) e Novanta (altri cinque), dunque dai dischi incisi come solista o con la ex moglie Linda, e a volte neppure mai apparsi sui dischi di studio: è il caso di "Persuasion", una delle sue melodie più pop, rotonde e accattivanti incorniciata da un testo dell'ex Split Enz Tim Finn , e di "Galway to Graceland", un fantastico film (o romanzo) musicale in tre minuti e mezzo che raccontando l'insana infatuazione per Elvis di una matura donna irlandese riflette con un mix di compassione e humour beffardo sul fenomeno dello "stardom": una delle cose più belle e commoventi che Thompson abbia mai scritto, e che dopo l'inclusione in versione live nel cofanetto "Watching the dark" (era il lontano 1993) meritava una pubblicazione ufficiale e "definitiva".

Qualunque appassionato obietterà su certe inevitabili mancanze (nulla dal primo album; non c'è "A heart needs a home" e neanche "Al Bowlly's in heaven"), ma i pezzi che tuttora formano l'ossatura dei suoi show acustici ci sono quasi tutti. "Down where the drunkards roll", "Beeswing", "1952 Vincent Black Lightning" (la più richiesta e applaudita ai concerti) e "Dimming of the day" (la più amata e interpretata dai colleghi) sono sostanzialmente simili alle versioni - acustiche - di studio, anche se la voce di Thompson nel frattempo ha ispessito e arricchito il suo timbro baritonale e il suo fraseggio chitarristico è diventato ancora più complesso, fluido e ramificato. Altre, come "Shoot out the lights", sono una sfida improba e riuscita: conservare la tensione e i grovigli di un pezzo scaturito come puro sfogo elettrico facendo a meno di Stratocaster e distorsore è un piccolo miracolo. Solo "Beeswing", ai primi ascolti, sembra contenere evidenti sovraincisioni (di mandolino): eppure questo disco ha un suono ricchissimo e pieno di nuance, e la sequenza funziona come la setlist di un concerto alternando episodi movimentati (i ritmi sincopati di una scoppiettante "I want to see the bright lights tonight", il rock and roll senza troppe pretese di "Valerie", il jingle jangle squillante di "Wall of death") ad altri più intensi e profondi, a partire da quella vivisezione di un amore agonizzante che è "Walking on a wire". In cinquanta minuti scorre sotto le orecchie tutto, o quasi, il campionario thompsoniano: parabole morali spesso ispirate al misticismo sufi che Thompson frequenta da quarant'anni ("Dimming of the day"), vignette di vite marginali - barboni, rapinatori e vagabondi dallo spirito inquieto - sempre nobilitate da una dignità di fondo, storie d'amore inacidite a base di fraintendimenti fatali ("I misunderstood") e di disillusioni infrante ("Whe the spell is broken").





E' quello che fan e critici hanno battezzato "doom and gloom", un mondo scuro e obliquo a cui la musica offre sempre una catartica via d'uscita, e che Thompson sa raccontare in forma polifonica usando la chitarra come una voce umana che esprime rabbia, dolore, incanto, energia liberatoria. Il suo resta uno stile inconfondibile e originale in cui convivono Highlands scozzesi e Appalachi, Chuck Berry e Pete Townshend, Django Reinhardt e Les Paul, Satie e Stravinskij. Anche se a disposizione ci sono soltanto una voce e una chitarra acustica.
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