«ANGUS AND JULIA STONE - Angus and Julia Stone» la recensione di Rockol

Angus and Julia Stone - ANGUS AND JULIA STONE - la recensione

Recensione del 20 ago 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Poi un giorno bisognerà scrivere qualcosa di serio sulla figura del produttore musicale. Per esempio, questo è un album di Rick Rubin, più che di Angus & Julia Stone. Perché libri ne sono stati scritti, soprattutto in campo accademico (bello quello di Zak Albin III, “The poetics of rock”, e il lavoro di Simon Zagorsky-Thomas). Ma, al di là degli accademismi, basta ascoltare un album come questo per rendersi conto che il vero artista è spesso la persona che siede dietro il banco.
Poi, certo, con Rubin si sfonda una porta aperta: dai Beastie Boys ai Red Hot Chili Peppers, da Johnny Cash, è uno che davvero ha fatto la storia del rock. Però la grandezza del personaggio - e del ruolo del produttore in generale- si misura anche su dischi e operazioni apparentemente minori come questo. Prendi un artista bravo e gli fai fare il salto vedendo e sentendo - e facendo sentire - qualcosa che l'artista stesso non sapeva di avere.
Angus e Julia Stone sono due fratelli australiani. Un paio di dischi alle spalle, un buon successo in patria, buona critica altrove. Un cantautorato minimale e sottobraccio (che a tratti ricorda She & Him di Zoey Deshanel e M.Ward), ma davvero nulla di sconvolgente. Dopo “Down the way” (2010), i due vanno ognuno per la sua strada, con dischi solisti. Solo che nel frattempo Rick Rubin ha visto qualcosa, in loro. Li spinge a ritrovarsi, li porta in California, nel suo studio a incidere. Il risultato è questo bel disco, che senza Rubin probabilmente non sarebbe esistito del tutto, ma sicuramente non sarebbe stato bello, semplicemente piacevole (e un po’ banale, come i precedenti).
La mano di Rubin si percepisce dalla prima nota all’ultima, dalla pulizia dei suoni, dallo spazio e dall’aria che mette nelle canzoni unendo chitarre elettriche, acustiche e strumenti vintage tra le voci un po’ indolenti dei due fratelli. “Grizzly bear” è un piccolo gioiello, da questo punto di vista, una sorta di Bacharach rivisitato in chiave indie-rock.



Il bello e il brutto del duo sono proprio le voci: particolari e indolenti, appunto, al punto da essere persino fastidiose quando indugiano troppo in manierismi - ma diventano piacevoli quando si incrociano - come in “Hearts beats slow”, sempre sostenute da un buon tappeto di chitarre.
Sanno scrivere canzoni, i due - ma Rubin le ha rese dei piccoli classici, almeno nel senso di averle dotate di un suono pulito e senza tempo. Poi, certo, in alcuni momenti il gioco funziona meno: “Wherever you are” è una ballata acustica fin troppo semplice e la finale e lunga “Crash and burn” è molto bella, ma molto, troppo Neil Young con quelle chitarre elettriche distorte. Quando invece Rubin fa rimanere i due nel solco della canzone pop-rock pulita e suonata come Dio comanda - e succede spessissimo - questo album si ascolta che è un vero piacere.
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