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Eric Clapton - THE BREEZE, AN APPRECIATION OF JJ CALE - la recensione

Recensione del 11 ago 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

“The quiet one”: il nomignolo affibbiato a George Harrison avrebbe potuto essere quello perfetto per JJ Cale. Che, a scanso di equivoci, era un fottuto genio della chitarra e della scrittura rock. Una delle sue caratteristiche principali, umane e sonore, era l’understatement. Un sound unico, ma in punta di chitarra. Una figura sempre un passo indietro rispetto al glamour del rock e delle rockstar. “I make rock 'n' roll records/I sell 'em for a dime/I make my living and feed my children/All in good time”, diceva una delle sue canzoni più famose.

JJ Cale è il tipico “musicista di culto” venerato da pochi, soprattutto dai colleghi. Tra questi c’era a Eric Clapton che a Cale deve moltissimo; un rapporto quasi da psicanalisi quello di Slowhand con il suo idolo e maestro - che trova la sua sublimazione in questo album tributo, pubblicato ad un anno dalla scomparsa di Cale. La rockstar con il senso di colpa che cerca di restituire in pubblico il debito al maestro schivo, come già fece altre volte in carriera (su tutte l’album congiunto “Road to Escondido” del 2006) .
Il primo successo solista di Clapton fu una canzone di Cale, “After midnight”, ad inizio anni '70. Poi arrivò “Cocaine”, in “Slowhand” (1977), che diventò una delle canzoni rock più famose degli anni tra fine ’70 e primi ’80, con quel riffone, tadadadà-tadaaà. Un riff che in realtà era molto più dimesso nella versione originale di Cale, molto più “laid back”. Clapton aveva tradito il "Tulsa sound” di Cale per trasformarlo in un rock più diretto e un po' caciarone, usato come base di assoli scenografici (sentitevi la versione da 7 minuti e passa del live “Just one night”). Una scelta che metteva in luce tutta la differenza tra i due, soprattutto in quel periodo.
Non è un caso che in questo “The breeze” siano assenti entrambe le canzoni. Troppo facile. O forse ancora il senso di colpa per il successo che Clapton ha avuto tradendo il maestro e che Cale non ha mai cercato. C’è però tutto il resto, e molto di più: c’è una sincera voglia di rendere omaggio ad un mito - e non si usa questa parola a sproposito. La formula è particolare: è un disco di canzoni di JJ Cale, suonato per intero da Clapton e dalla sua band (con Jim Keltner e Nathan East, rispettivamente batteria e basso: non proprio gli ultimi scemi…). Attorno altri grandi nomi che prestano voce e chitarre; Mark Knopfler e John Mayer, Willie Nelson e Tom Petty, ma anche Derek Trucks, David Lindley, Greg Leisz.
Il risultato è un album allo stesso tempo umile ed esibizionista, caldo e didascalico. Un ottimo modo per scoprire Cale per chi non lo conosce, magari attirato dai nomi in scaletta, e per gli altri una piacevole occasione per riscoprire canzoni che fanno parte del DNA della musica americana. Per come è stato pensato, suona come un album omogeneo: i musicisti non sbracano come faceva il Clapton degli anni ’80, ma rendono omaggio, mettono il loro sound, la loro voce al servizio delle canzoni, senza allontanarsene troppo, comunque evitando ogni tradimento. Certo, la personalità di Petty, Knopfler o Mayer si riconosce, eccome. Ma, per fortuna, le protagoniste di questo album sono le canzoni; e che canzoni: “Rock and roll records”, “Magnolia” e “Don’t wait” - splendide in duetto tra Mayer e Clapton - “Call me the breeze” su tutte.
Psicanalisi del rock a parte, un gran bel disco, un grande invito a ristudiarsi tutta la discografia originale di un grande della chitarra rock che non ha mai avuto tutto l’onore che meritava - ammesso che gli interessasse averlo.
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