«REMEDY - Old Crow Medicine Show» la recensione di Rockol

Old Crow Medicine Show - REMEDY - la recensione

Recensione del 06 ago 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Gli Old Crow Medicine Show sono i Mumford & Sons d'America, dice qualcuno forzando un po' troppo la realtà. E' vero, i due gruppi si conoscono bene (hanno anche condiviso l'esperienza del Railroad Revival Tour, un favoloso festival itinerante su rotaia documentato da un bel film poi premiato con un Grammy) e sono stati baciati entrambi da un successo di vaste proporzioni: oltre un milione di copie vendute, per gli Old Crow, con il solo singolo "Wagon wheel", rielaborazione di un vecchio demo di Bob Dylan dei tempi di "Pat Garrett & Billy The Kid" che è diventato una gallina dalle uova d'oro anche per l'ex Hootie & the Blowfish Darius Rucker . I ragazzi di Harrisonburg, Virginia, però, sembrano più ruspanti e un filo meno smaliziati dei colleghi inglesi. Molto più consistenti dei Lumineers , un altro nome nuovo del giro "alternative folk", anche se qualcuno ha già criticato la patina meno polverosa e più nashvilliana di questa loro ultima fatica (la capitale del Tennessee è la loro attuale dimora). Sono sette musicisti intercambiabili - ora è tornato anche Critter Fuqua, assente dal 2007 - nati come busker da strada, hanno attirato l'attenzione del maestro dell'old time music Doc Watson che li ha voluti al suo MerleFest, e prima di esibirsi con successo ai grandi raduni rock come Bonnaroo e Coachella sono stati consacrati dalla comunità country di Nashville partecipando al celeberrimo programma radiofonico A Praire Home Companion e diventando membri onorari della Grand Ole Opry.

Sono e restano una "string band" dall'approccio acustico, che punta sulle armonie vocali e su un battaglione di strumenti a corda (banjo - non meno di cinque -, chitarre slide, mandolini, violini e contrabbasso, cui si aggiunge spesso un'armonica) ma sono cresciuti ascoltando i Nirvana e i Guns N' Roses: piacciono dunque anche a quella fetta sempre più consistente di pubblico giovane che ha riscoperto la tradizione perché suonano con energia quasi punk e un'attitudine rock and roll che qui trova espressione soprattutto nell'iniziale "Brushy mountain conjugal trailer", con un tocco di armonica blues, un aroma di bayou della Louisiana e un che di a href="http://www.rockol.it/artista/Rolling-Stones"> Rolling Stones ai tempi in cui Keith Richards frequentava Gram Parsons. Adorano il bluegrass spensierato che corre senza freni e a tutta velocità ("Brave boys" e "8 dogs 8 banjos", musica da festa sull'aia come si sarebbe potuta fare due secoli fa), gli scioglilingua acrobatici ("Shit creek"), il western swing ("Sweet home"), gli shuffle sbuffanti come vecchie locomotive a vapore ("Mean enough world") e le ballad incalzanti scandite dal battimani ("O Cumberland river"). Ma soprattutto sono entrati nelle grazie di Dylan ("Sweet Amarillo" è un altro semilavorato concessogli dal venerato Maestro, che a quanto pare ha dato precise indicazioni su arrangiamento e interpretazione) e - a cominciare dall'autore principale, Ketch Secor - sanno scrivere, rallentare il passo, riflettere e commemorare come dimostrano qui in "Dearly departed friend", delicata ode a un amico scomparso in guerra, o nella "prison song" "The warden".





Il nome evoca un'America di pionieri, viaggiatori e ciarlatani, nelle musiche e nei testi prende forma un grande affresco a base di fiumi e torrenti, sentieri e montagne, barbecue e selle da rodeo, camion a pianale e rombanti Dixie Flyer, Texas e Tennessee (la cui bandiera adorna la copertina dell'album), iconografia classica riverniciata da una sensibilità da Ventunesimo secolo. Divertono e a volte toccano corde più profonde senza stravolgere o dire nulla di particolarmente nuovo, dipanando un robusto filo rosso che dalla Carter Family, Bill Monroe e Watson (omaggiato nella "fiction storica" di "Doc's day", ) porta a Gillian Welch e agli Avett Brothers. Lo fanno con un brio, una naturalezza e un talento artigianale che li fanno risultare convincenti, anche se diversi brani non sembrano destinati a restare nella memoria. Continuano a suonare come se l'elettricità non fosse ancora stata inventata, scrive David Browne su Rolling Stone. E forse il segreto sta tutto lì.
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