«SONG READER - Beck» la recensione di Rockol

Beck - SONG READER - la recensione

Recensione del 04 ago 2014 a cura di Michele Boroni

La recensione

A dicembre 2012 Beck, in accordo con la casa editrice/rivista McSweeney's dell'amichetto scrittore Dave Eggers, fece uscire “Song reader”, non il suo nuovo disco , bensì una raccolta di venti spartiti di sue canzoni inedite. Un'operazione sicuramente interessante e in linea con la cifra storico-intellettuale e situazionista di McSweeney's: un omaggio a un'epoca in cui la partitura fu il mezzo principale per condivisione della musica e delle canzoni.
Il tentativo, spiegava Beck nel saggio introduttivo della pubblicazione, era di esplorare nel modo meno nostalgico possibile come nel passato veniva diffusa la musica popolare, favorendo le interpretazioni personali di ciò che era contenuto nella pagina. Da qui nacque un sito e un profilo youtube in cui venivano raccolte tutte le interpretazioni di musicisti più o meno professionisti – gruppi rock, ensemble d'archi, one man band – che eseguivano interpretazioni totalmente libere delle canzoni beckiane.
Dopo due anni, il nostro ha deciso di estendere l'operazione anche a un manipolo di artisti sicuramente più popolari, intenti anche a loro ad eseguire le partiture, fedeli all'unica regola imposta da Beck, che qui figura come co-produttore, ovvero “Non ci sono regole di interpretazione”.
In ossequio alla sua non-visione, la maggior parte degli artisti partecipanti a Song Reader fanno del loro meglio per far proprie le canzoni scritte da Beck. “The wolf is on the hill” è la tipica canzone che troveresti in un ipotetico album solista di Tweedy (così si firma il leader dei Wilco, senza il nome di battesimo), lo stesso si può dire del ragtime tomwatsiano “Rough on rats” eseguito da David Johansen, e pure nelle performance di Jason Cocker dei Pulp, di Jack White e degli straordinari Sparks.
Anche i testi delle composizioni giocano molto sul crinale pre-poprock, rendendole più universali: il caso eclatante è “America, here's my boy”, canzone sull'orrore della guerra e sul destino dei propri figli che qui è interpretata magistralmente da Swamp Dogg, 72enne crooner blues della Virginia, che rende la canzone molto credibile.
Beck invece si riserva la canzone più beckiana del disco, la psichedelica e beatlesiana “Heaven's ladder” (forse la più convincente dell'intero disco) che sembra uscita dall'ultimo “Morning Phase”, e si sente il suo forte imprinting anche nell'iniziale “Title of the song” affidata a Moses Sumney e in “Sorry” di Laura Marlin.
Eclettismo è sicuramente la parola chiave e il fil rouge che unisce tutto il disco, come accade in certe compilation di brani inediti di artisti eccellenti legate a qualche causa nobile. E' evidente che un progetto come questo non soddisfi tutti per tutte le canzoni, quindi è inevitabile che nell'iPod ognuna si farà una propria personale playlist. Forse la cosa migliore di questo progetto (che evidentemente non è destinato a un ampio successo commerciale) sarebbe ripetere annualmente l'operazione coinvolgendo sempre artisti diversi.
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