«MUTINEERS - David Gray» la recensione di Rockol

David Gray - MUTINEERS - la recensione

Recensione del 19 giu 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

C’è stato un tempo in cui i suoni elettronici erano molto meno mainstream e molto meno “cool” di quanto siano ora. L’elettronica veniva vista con sospetto - per non dire come la peste - soprattutto da chi seguiva ed eseguiva generi classici e tradizionalisti come il rock o il cantautorato.
Oggi siamo abbondantemente oltre quei pregiudizi: sentire dire che certe cose dei New Order o dei Kraftwerk siano dei classici quanto di Dylan è sentire dire un’ovvietà. Così, oggi, fa quasi tenerezza pensare alla fine degli ’90 e a come la commistione tra suoni acustici ed elettronica fosse al tempo una ventata d’aria fresca.
Quel cantautorato elettronico oggi è un po’ démodé. Ma suona ancora bene, come suona bene questo “Mutineers”, che riporta Gray vicino ai suoni di quel “White ladder” che gli fece vendere 7 milioni di copie e fu uno dei dischi più belli di quel "genere". Poi se ne allontanò progressivamente, sperimentando suoni “normali”, orchestrali (il bel “Life in slow motion” del 2005) fino ad arrivare a dischi trascurabili come gli ultimi due (“Draw the line” e “Fondling”, rispettivamente 2009 e 2010).
Dietro le quinte di questo disco c’è un altro personaggio che simbolo di quel periodo di unione tra la canzone e i groove, Andy Barlow dei Lamb. Un'accoppiata che funziona, dando a Gray quello che gli serviva da tempo: un produttore. A partire dalla programmatica e iniziale “Back in the world”, dove il groove è costruito da strumenti naturali, ma c’è, e rende subito evidente quanto sia mancato negli ultimi album - troppo dritti (e pure un po' banali)
Gray, al solito, dimostra di saper scrivere canzoni, e di non aver perso la sua intensità nell’interpretazione; dimostra di non aver perso il gusto per i crescendo: “Snow in vegas” è molto tradizionale in questo: pare con voce, chitarra, piano e si apre in modo epico.
Poi, il paradosso di "Mutineers" è che alla fine di elettronica non c’è n’è molta. Ma ce n'è traccia indiretta: molta attenzione, alla ritmica, all’uso non banale degli strumenti acustici per creare arrangiamenti che escano dagli stereotipi del genere.
“Mutineers” non dice nulla di nuovo, ma rispolvera un canovaccio che chi apprezzava Gray al tempo di "White ladder" apprezzerà nuovamente ora. Un canovaccio a cui è stata aggiunta la pulizia, la precisione di un ottimo produttore e musicista come Barlow. Un bel disco di cantautorato non banale, buono per riscoprire un cantautore che negli ultimi anni si era un po' perso per strada.
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