«INVISIBLE HOUR - Joe Henry» la recensione di Rockol

Joe Henry - INVISIBLE HOUR - la recensione

Recensione del 18 giu 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Sono strane creature, i dischi di Joe Henry . Affascinanti e difficilmente decifrabili. In particolare questo "Invisible hour", il tredicesimo della serie: non "spoken word", e non solo canzone d'autore. Il cinquantatreenne del North Carolina prosegue con convinzione e cocciutaggine su un sentiero tortuoso e stimolante dove musica e letteratura convivono in promiscuità: non è un caso, allora, che per i testi si sia fatto dare una mano stavolta dallo scrittore irlandese naturalizzato americano Colum McCann. Che dedichi una canzone ad Alice Munro e l'album intero al poeta Seamus Heaney. O che introduca il lavoro con un lungo scritto in cui spiega di essersi accorto a posteriori che "forse tutte queste canzoni parlano di matrimonio" (dal 1987 è sposato con la sorella di Madonna, Melanie Ciccone), aggiungendo altrove che l'architrave dell'intera opera è in realtà "il potere salvifico dell'amore di fronte alla paura".

Ha il culto della parola e della lingua, e ne fa un uso colto e immaginifico con pochi uguali nel panorama musicale americano. Ama incidere i suoi dischi a South Pasadena, la sua dimora californiana, circondandosi sempre dello stesso nucleo di musicisti (Greg Leisz, Jay Bellerose, David Piltch, Jennifer Condos): uno più bravo dell'altro, e creatori tutti assieme di un sound artigianale e rarefatto che è diventato un marchio di fabbrica anche di molte delle sue apprezzate produzioni (Solomon Burke, Bonnie Raitt, Billy Bragg, Hugh Laurie). Henry ci ha aggiunto stavolta le voci delicate dei giovani Milk Carton Kids e di Lisa Hannigan , per cui nel 2011 aveva prodotto l'album "Passenger" e che in "Lead me on" ricambia donando un tocco della sua angelica leggiadria alla ballata country-folk "Lead me on". Abbandonate, almeno per ora, certe suggestioni jazz e sperimentali tipiche di album come "Fuse" e "Scar", usciti a cavallo tra gli anni '90 e Duemila, i dischi di Henry finiscono oggi negli scaffali del genere "Americana", anche se fanno storia a sé in virtù di una volontà di non farsi imbrigliare in gabbie di genere e rigide strutture. Grazie al piccolo e affiatatissimo ensemble in cui svolge stavolta un ruolo cruciale il figlio ventitreenne Levon (impegnato al clarinetto, al clarinetto basso, al sax soprano e al sax tenore, e ringraziato nelle note di copertina per la sua "chiara visione, la sua bussola e la sua cantina") la musica di "Invisible hour" si rifà evidentemente agli idiomi tradizionali (folk, country, un pizzico di soul) reinventati però con una sensibilità moderna e avventurosa: sarà che il musicista non abita, neanche mentalmente, in qualche regione sperduta degli Stati Uniti ma in una affollata area della California, e che dietro quei suoni scarni e rigorosamente acustici, tersi e spaziosi, si intuisce comunque la sua cultura metropolitana.

E' un mondo in cui bisogna essere disposti a entrare: ci vogliono tempo e pazienza, ad esempio, per dischiudere lo scrigno di "Sign", quasi nove minuti semi sussurrati in cui le dita fanno stridere le corde della chitarra mentre i suoni indolenti del confine messicano si intersecano con quelli di una marching band da funerale di New Orleans. I fiati di Levon sottolineano con volatili, eleganti e imprevedibili contrappunti anche "Swayed", "Water between us", "Every sorrow" (la più folk, dinamica e percussiva), granelli di un rosario in cui i fili narrativi talvolta trasmigrano da un brano all'altro, come quando gli angeli tombali evocati nel finale dell'iniziale "Sparrow" - un'altra ballata quieta, assorta e malinconica - diventano protagonisti della successiva "Grave angels". E' una poetica musicale ardita ma ormai perfettamente sotto controllo, in cui i modelli di riferimento - Tom Waits , Elvis Costello , il Van Morrison folk soul di "Astral weeks" e di "Veedon fleece" - sono fari che irradiano una luce distinguibile ma lontana, e in cui la voce è sempre più strumento essenziale grazie a una ricchezza di intonazioni e sfumature timbriche che ne fanno la protagonista principale di queste mini sceneggiature. Anche le grafiche di copertine non mentono e "Invisible hour" è - come sempre - un disco in bianco e nero, la variazione cromatica preferita da Henry amante della vecchia Hollywood e dei romanzi hard boiled. E' una canzone d'autore da camera o da cantina, la sua, in cui ogni strumento scava la sua nicchia e il suo spazio espressivo con nitido dettaglio, si tratti del contrabbasso di Piltch nella title track, o della mandola, del mandocello e della Weissenborn dell'impagabile Leisz che evocano ogni volta paesaggi infiniti e senza tempo appartenenti all'anima più che alla geografia.

La sensazione è che colga nel segno, quando spiega che il lavoro svolto nei quattro giorni di fine estate utilizzati per le registrazioni si sia "dissolto totalmente nelle canzoni", tanto da renderlo invisibile, senza lasciarsi indietro "nessuna impalcatura e nessun barattolo di vernice, nessun bagaglio se non quello che le canzoni stesse recavano con sé al momento del loro arrivo". Sparisce il mestiere, la voglia di piacere a tutti i costi e di rendere conto al mercato (questo è il primo disco autopubblicato in collaborazione con il management); e restano quadri senza cornice, che evocano "possibilità" più che "finalità". Col rischio di diventare talvolta ermetico e autoreferenziale, ogni volta Henry mostra la sua unicità svelando qualcosa in più di se stesso. Ma mai troppo, mai fino in fondo, anche quando promette di parlar semplice e chiaro ("Plainspeak"): e, così facendo, tiene viva la qualità sfuggente e misteriosa della sua musica.
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