«LED ZEPPELIN I/II/III REMASTERS 2014 - Led Zeppelin» la recensione di Rockol

Led Zeppelin - LED ZEPPELIN I/II/III REMASTERS 2014 - la recensione

Recensione del 05 giu 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

"Led Zeppelin I" al numero 4, "Led Zeppelin III" al numero 6 e "Led Zeppelin II" al numero 7. Le posizioni Top Ten dei primi tre remaster 2014 dei Led Zeppelin nella classifica inglese di metà settimana sembrano rispecchiare esattamente il valore dei contenuti extra rintracciabili sui "companion discs" aggiunti alle ristampe deluxe dei tre leggendari dischi. Mentre gli audiofili discutono sulla qualità sonora delle nuove edizioni realizzate trasferendo digitalmente a 192kHz/24 bit i nastri analogici originali - sul forum del sito ufficiale i primi giudizi sono complessivamente molto positivi, e ai primi ascolti in formato cd impressionano favorevolmente la nitidezza e il dettaglio del missaggio: Jimmy Page e il fonico John Davis sembrano avere volutamente evitare le compressioni, le enfatizzazioni delle basse frequenze e i volumi eccessivi che in passato tanto hanno fatto discutere di loudness wars - il resto del pubblico focalizza l'attenzione sugli "inediti" contenuti nei tre dischi. Non c'è dubbio che da questo punto di vista sia il primo disco a offrire il meglio, con una versione editata ma di lunghezza analoga a quella di un famoso broadcast radiofonico all'Olympia di Parigi, registrato il 10 ottobre del 1969, mandato in onda per la prima volta su Europe 1 il successivo 2 novembre, riscoperto negli scantinati della stessa emittente nel 2007 e ritrasmesso nel dicembre di quell'anno. Leggermente sotto standard dal punto di vista audio, con un suono un po' cavernoso e un missaggio che non sempre rende giustizia alla chitarra di Page, il nastro compensa con l'energia selvaggia e trascinante tipica dei dei giovani Zeppelin di allora, debuttanti sui palchi europei poco più di un anno prima. Un festival di hard blues elettrico a pieni watt, con i ben noti "scippi" creativi dal repertorio di Willie Dixon, J.B. Lenoir e Albert King che si dilatano in allucinate divagazioni psichedeliche ("Dazed and confused", i cui crediti riconoscono ora l'ispirazione del cantautore californiano Jake Holmes, è già un demoniaco tour de force di quindici minuti), le accelerazioni anfetaminiche della medley iniziale "Good times bad times/Communication breakdown" e una potenza di fuoco devastante sviluppata da tre strumentisti eccezionali e una voce, quella di Robert Plant , capace allora di far vibrare pareti e pavimenti con l'acutezza della sirena di un'ambulanza (come annotarono diversi giornalisti). Esistevano già ufficialmente in commercio (sul "BBC Sessions" del 1997 e sul doppio Dvd del 2003) registrazioni dal vivo degli Zeppelin '69-primi '70, che come in questo caso colgono il quartetto in una fase di transizione verso la piena maturità: i nastri dell'Olympia li vedono anticipare materiale dell'imminente secondo album - sarebbe uscito dodici giorni dopo - con una potentissima "Heartbreaker" ancora priva del break centrale di sola chitarra e un John Bonham ansimante dietro i tamburi durante l'assolo di "Moby Dick", mentre a ricordare il recente passato Yardbirds è la medley "White summer"/"Black Mountain Side", Page e la sua Danelectro che si incamminano su tortuosi sentieri etno-folk seguendo le tracce di Davy Graham e di Bert Jansch tra suggestioni indiane e marocchine.

Nel finale di "How many more times" (dove non c'è traccia delle citazioni annotate nelle setlist ufficiali a "The lemon song" e alla "Boogie chillen" di John Lee Hooker), poi, affiora già - timidamente - il riff immortale di "Whole lotta love", brano simbolo di "II": il disco commercialmente più fortunato del trio, che però è anche quello che nella circostanza offre meno "bonus" interessanti. Con i "companion discs", speculari anche graficamente alle pubblicazioni ufficiali, Page ha inteso spalancare una "porta temporale" che documentasse il work in progress in corso durante le registrazioni degli album grazie a una selezione di rough mix, alternate takes, basi strumentali. Ma, alla resa dei conti, l'unico "inedito" affiorato dalle session di "II" è "La la", una jam strumentale senza pretese, insolitamente gioiosa e in puro stile Sixties che mixa un po' confusamente organo, slide e chitarre acustiche. Su "What is and what should never be" e "Heartbreaker" le differenze sono quasi impercettibili (a parte, in quest'ultima, un assolo più breve e le chitarre ritmiche doppiate nel finale), mentre il rough mix di "Whole lotta love" presenta un brano ancora decisamente incompleto, più "vuoto" e spettrale, ancora privo dei famosi effetti di theremin nella parte centrale e del grande break di chitarra prima della ripresa finale: forse più vicino alle sue radici blues ma in cerca di una identità precisa. Quanto al resto, "Moby Dick" è solo un riff in attesa dell'assolo di Bonham, "Thank you" una traccia strumentale che mette in evidenza i dolci arpeggi di chitarra e gli accordi celestiali dell'organo mentre a "Ramble on" mancano ancora i preziosi ricami di pedal steel.

"III", il disco della svolta ai tempi non apprezzato da tutti i fan, propone un piatto decisamente più ricco: a cominciare da una cruda, imperfetta, sofferta e torrida prima versione del bluesaccio "Since I've been loving you" che Plant canta con voce più rauca e meno squillante del solito: straordinaria, anche se l'atmosfera e l'assolo di chitarra della versione ufficiale (il più bello mai registrato da Page?) restano probabilmente insuperabili. "Immigrant song", qui ancora con il "the" davanti al titolo, sfoggia inediti doppi vocalizzi finali, "Friends" è ancora senza voce e senza i sontuosi archi arrangiati da John Paul Jones , che in "Gallows pole" non ha ancora sovrainciso il suo mandolino. In "That's the way", poi, è un dulcimer a fare provvisoriamente le veci della lap steel mantenendo l'atmosfera del pezzo più vicina alle radici Brit folk del luogo in cui venne concepito (il cottage gallese Bron-yr-aur) che alla West Coast americana evocata nella versione finale. Gli "inediti" sono tali più di nome che di fatto, dal momento che "Bathroom sound" non è altro che la backing track di "Out on the tiles" e "Jennings farm blues" (ben nota ai cacciatori di bootleg) una prima versione elettrica e strumentale di "Bron-y-aur stomp". Interessante la medley blues "Keys to the highway"/"Trouble in mind", con quel suo feeling da registrazione sul campo mentre la chitarra acustica di Page, l'armonica e la voce di Plant trattata con l'effetto vibrato preparano la strada a "Hats off to (Roy) Harper", il pezzo conclusivo del disco concepito come omaggio al cantautore inglese facendo il verso a Big Bill Broonzy e a Mississippi Fred McDowell. Le registrazioni clandestine affiorate nel tempo dimostrano che molto altro si sarebbe potuto pescare dagli archivi (a cominciare da certe session acustiche del 1970 a Headley Grange) ma non è il caso di stare troppo a sottilizzare e a lamentarsi: con questi tre remaster, e con i prossimi, il piacere di sbirciare i Led Zeppelin in azione dal buco della serratura e di ascoltare i loro classici nel modo desiderato da Page resta impagabile.
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