«LAZARETTO - Jack White» la recensione di Rockol

Jack White - LAZARETTO - la recensione

Recensione del 04 giu 2014 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

In fondo non è poi così complicata la faccenda, per fare un buon disco ci vogliono delle buone canzoni. Tutto lì. Il segreto sono le canzoni. Esistono belle canzoni. E ne esistono di meno belle. Jack White pare non essere capace di scriverne di quelle del secondo tipo. Pare anche non fermarsi mai e nutrirsi unicamente di musica. Collaborazioni, produzioni, incisioni, a decine, a centinaia. Instancabile.
Non si chiama mai fuori, rilancia sempre. Pronto a gettarsi in qualsiasi impresa stimoli la sua curiosità, entusiasmi la sua creatività senza paura di sporcarsi le mani. Impresa che con una percentuale dannatamente alta finisce poi per rivelarsi un successo. Questo è il motivo per il quale si è guadagnato uno strameritato status da intoccabile della musica che lo pone nella posizione di potersi muovere come meglio crede. Ma anche (ogni rosa ha le sue spine) nella scomoda posizione – se non si è provvisti del phisyque du role per sostenerla – di faro al quale tutti guardano e al quale molti si affidano.
Paladino dell’analogico, eroe del Record Store Day, Santo subito! Dalla base operativa della sua Third Man Records a Nashville regala magie a ripetizione, non ultima quella di avere messo in vendita un vinile 45 giri quattro sole ore dopo averlo registrato. Un talento schifosamente assoluto il suo. Un talento del quale è conscio e del quale dà prova continuamente. Se ha un senso investire qualcuno dell’onere e dell’onore della qualifica di ambasciatore della musica statunitense con l’incarico di preservarne la tradizione non senza provare a esplorare nuove strade…se ha un senso una qualifica di tale genere, quel qualcuno risponde all’identikit di Jack White.
In questa ottica si inserisce il nuovo album – il secondo solista - del non ancora quarantenne di Detroit, ‘Lazaretto’. Un disco nel quale (e non potrebbe essere altrimenti) White è il mattatore unico, ma non per questo di one man record si tratta. Al contrario, non pochi sono i musicisti coinvolti e diretti nel progetto. Come non pochi sono gli strumenti che colorano e sfumano e danno valore a questo lavoro: piano, organo, violino, armonica, mandolino, moog, synth e altro ancora.
Undici canzoni figlie di una vena compositiva florida e, viene da pensare, inesauribile che trascendono le gabbie chiamate generi musicali perché semplicemente in esse echi di tutti loro vi sono contenuti. E il tutto accade con irrisoria e disarmante facilità perché il direttore delle operazioni detiene la materia sulla punta delle dita come pochi altri. Fari e fucili di quanti non lo sopportano erano puntati pronti all’uso, tutto rimandato la prova è superata: ‘Lazaretto’ è un gran disco e ne siamo felici.
Ma ora basta con le parole e le stupide considerazioni che lasciano una volta di più il tempo che trovano. Riparte in cuffia per l’ennesima volta la prima canzone, ‘I got three women/red, blonde and brunette…’. Calano immediatamente le difese immunitarie. (Arrogandomi il diritto di scrivere a nome di tanti). Siamo indifesi e contagiati e felici di esserlo, vogliamo esserlo.
Quindi, grazie Jack per le dolci bugie che a volte ci sussurri ed altre ci urli alle orecchie. Grazie molte per ricordarci ancora una volta che è sempre e solo rock’n’roll. Ma, maledizione, quanto ci piace!

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