«CHILDHOOD HOME - Ben Harper» la recensione di Rockol

Ben Harper - CHILDHOOD HOME - la recensione

Recensione del 09 mag 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

La casa è il posto da cui si scappa e a cui si finisce per ritornare, dice Ben Harper , e la sua ha una storia particolare che affonda le radici nell'humus della musica americana: nel 1958 a Claremont, in California, i suoi nonni materni crearono un centro e un museo dedicati alla musica folk tuttora gestiti da sua madre Ellen, genitrice single che vi ha allevato il figlio abituandolo fin da piccolo a vivere circondato da canzoni, strumenti e musicisti. E' lei la coprotagonista a pieno titolo di questo disco uscito alla vigilia della festa della mamma, e non c'è da meravigliarsi perché Harper è un bravo ragazzo e non fa altro che perpetuare una salda tradizione di musica suonata in famiglia, tipica dei Paesi di matrice anglosassone dov'era abituale raccogliersi con i parenti intorno al pianoforte o mettersi in cerchio con la chitarra a tracolla a cantare inni, salmi e brani popolari. Anche il nuovo disco di Harper è così, un intimo colloquio a base di canzoni da caminetto o da salotto: "piccolo", succinto, domestico, spontaneo, rigorosamente acustico, umile, volutamente dimesso. Un'altra deroga alla sua produzione mainstream più recente, dopo il bel disco blues dell'anno scorso con Charlie Musselwhite , con la volontà dichiarata di tornare ai suoni essenziali e spettrali dei suoi primi due album forse per ritrovare il sentiero giusto dopo le ultime confuse prove con i Relentless 7 (intanto Harper si è anche rimesso a suonare con la sua band precedente, gli Innocent Criminals, e prima o poi un album arriverà).

La cointestazione del disco ci sta tutta, perché Ben e Ellen si dividono parti soliste e crediti compositivi in parti quasi uguali (sei lui, quattro lei), intrecciando con naturalezza armonie vocali in canzoni che parlano di gioie, fatiche e dolori familiari, di sacrifici materni ("Altar of love"), di repulsioni e attrazioni irresistibili ("Mi piace lasciarti, ma vivo per amarti": "Born to love you"), con il solo accompagnamento delle chitarre acustiche, talvolta di un banjo, di un dobro, di un pianoforte , di un contrabbasso, di piatti e rullanti accarezzati da spazzole o percossi in modo elementare e primitivo. Pura arte povera classificabile oggi sotto l'ampio e generico termine di "Americana", anche se Harper preferisce parlare di "soul, California, folk rock" e musica americana (con la a minuscola) in senso più ampio. Tutti brani originali, anche se è facile scambiare "Farmer's daughter" - il più evocativo di tutti - per un traditional o la cover di un vecchio standard. Con la sua voce ancora solida e fiera, Ellen canta dei tempi in cui il bandito Jesse James rapinava le banche mentre oggi sono loro a depredare la povera gente cui nulla resta in mano: sembra una "dustbowl ballad" da Grande Depressione, adatta al ventunesimo come al ventesimo secolo, con il piglio di Woody Guthrie ma con uno stile che va ancora più indietro nel tempo evocando il folk appalachiano arcaico caro a Gillian Welch e David Rawlings. E tornano in mente anche certi pamphlet polemici dell'ultimo Ry Cooder , uno che - per inciso - quel Folk Center and Museum di Claremont zeppo di chitarre, mandolini, banjo e ukulele l'ha frequentato spesso, per suonare e insegnare la sua arte.

"A house is a home" (il primo termine indica il luogo di abitazione, il secondo quello degli affetti) apre l'album ed è il pezzo più vivace e accattivante di un disco sconsigliato a chi ha poca pazienza o una soglia di attenzione bassa, adatto a un ascolto mattutino o serale in pieno relax (forse solo "Learn it all again tomorrow" suona come l'Harper che tutti hanno imparato a conoscere). Prevale, nel resto, un tono malinconico alla ricerca del tempo perduto (nella fragile e delicata "City of dreams" Ellen vagheggia la città dei sogni dell'infanzia oggi stravolta da cemento, autostrade e parcheggi), la descrizione dolente di un mondo "dal cuore pesante" e di aspirazioni infrante dalla collisione con la realtà (il dolce lamento di "Memories of gold"). Ma sempre con la dolcezza e la misura tipiche di Harper, fino alla catarsi di "How could we not believe": l'epilogo rasserenante di un viaggio a ritroso rinfrancante e doveroso per un musicista forse più irrequieto di quanta appaia, impegnato a sfuggire al conformismo e alle formule che lo stavano ingabbiando.
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