«JEWELS FOR SOPHIA - Robyn Hitchcock» la recensione di Rockol

Robyn Hitchcock - JEWELS FOR SOPHIA - la recensione

Recensione del 03 set 1999

La recensione

C’è un filo sottile che lega questo album al primo disco solista di Robyn Hitchcock, “Black snake diamond role”, risalente ormai a vent’anni fa, ed è la voglia di fare un album rock utilizzando diversi gruppi di persone in altrettanti studi di registrazione, tutti alle prese con canzoni che non avevano mai ascoltato prima di doverle suonare. E’ andata proprio così, infatti, e questo album può vantare una gestazione multipolide tra Seattle, Los Angeles, Londra, e la presenza di artisti come Peter Buck, Scott McCaughey, Kurt Bloch, Tad Hutchinson, Tim Keegan, Grant Lee Phillips, Kimberley Rew (già nei Soft Boys e in Katrina & The Waves). Le canzoni appartengono sempre a quel mondo tutto speciale che si agita nella testa e tra le corde della chitarra di Robyn Hitchcock: «Quello che volevo dire è che il mondo sta per essere distrutto dalla cupidigia organizzata, dal machismo e dai fondamentalismi, ma alla fine non è esattamente quello che è venuto fuori nei testi che ho scritto. (…) Le mie canzoni hanno sempre parlato dello shock dell’esistenza: “Oh, mio Dio, sono per davvero qui!” – sia che lo shock fosse positivo che negativo. Dopo una vita di paranoie, adesso siamo più che mai vicini al realizzarsi delle nostre peggiori paure. Eppure, sul versante opposto, ho voluto celebrare nelle mie canzoni una relazione che mi aiuta a giustificare la mia vita; e celebrare la forza che ha l’amore di redimere, in parte, le atrocità che noi tutti condoniamo con il fatto stesso di essere cittadini del mondo». Sono questi, forse, i gioielli per Sofia, è l’amore che spiega le dolcezze blues di “You’ve got a sweet mouth on you, baby” e l’andamento più spinoso della title-track, anche se c’è spazio per brani più duri come Antwoman o per gioilellini pop-rock come l'’niziale "Mexican god". E che dire di “The cheese alarm”, tutta incentrata sulla smodata passione per i formaggi, o di “Viva! Sea-tac”, presentata dal suo autore con le seguenti parole: «si ammassavano come bovini a Seattle dopo quello che era successo a Kurt Cobain, prima c’era solo la pioggia»? Un talento e un punto d’osservazione assolutamente originale, quello di Hitchcock, e d’altronde non lo si scopre oggi. Fa piacere semmai ritrovarlo così, immutato anche se leggermente meno pungente rispetto ai tempi d’oro. Ma su questo disco le buone canzoni non mancano, comunque.
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