«SHINE EYED MISTER ZEN - Kelly Joe Phelps» la recensione di Rockol

Kelly Joe Phelps - SHINE EYED MISTER ZEN - la recensione

Recensione del 02 set 1999

La recensione

Se i suoni elettronici e meccanici sembrano aver ottenuto il monopolio della musica popolare moderna, esistono ancora personaggi che affidando le proprie canzoni ad una chitarra acustica e a poco altro riescono a lasciare segni profondi d'emozione e di calore. Kelly Joe Phelps è uno di questi e, pur non avendo mai rinunciato ad una delle forme più essenziali che la musica conosca, è con “Roll away the stone” e con “Shine eyed mister zen” che si è dimostrato uno dei più validi della tradizione e dei concetti blues. Soprattutto nel recente “Shine eyed mister zen”, disco in cui il suo songwriting, il suo modo di scrivere le canzoni e di interpretarle, e la sua tecnica chitarristica sembrano essersi uniti per creare atmosfere magiche, uniche. Undici canzoni cantante con un soffio d'anima: sono tutte da cogliere con un ascolto che non ammette distrazioni ma spiccano “River rat Jimmy”, “Dock boggs country blues” e la sua versione della tradizionalissima “Goodnight Irene”, che diventa quasi una specie di gospel per voce e chitarra. Tutto da ascoltare il suo modo di suonare la chitarra: sembra essere un'evoluzione diretta, senza mediazioni, senza trasformazioni, di quel Delta blues da cui tutta la musica pop (almeno come la conosciamo oggi) è cominciata. Arpeggi velocissimi, lo slide che stride sulle corde, vibrazioni che sembrano non tenere conto di alcuna legge fisica. Magico, in un certo senso: per questo, “Shine eyed mister zen” è un disco che conferma Kelly Joe Phelps tra i talenti più interessanti che il blues abbia a disposizione oggi e per il futuro. Tra l'altro dura quasi un'ora ed è inciso stupendamente: ecco a cosa serve la tecnologia.
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