«COLFAX - Delines» la recensione di Rockol

Delines - COLFAX - la recensione

Recensione del 16 mag 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Se dovessimo fare una lista delle band più sottovalutate del rock “classico” americano, i Richmond Fontaine sarebbero sul podio. Willy Vlautin è uno dei grandi geni (in)compresi - e la parentesi non è casuale, perché la sua attività di scrittore gli ha procurato ultimamente una visibilità notevole: si è parlato parecchio di lui oltreoceano grazie al romanzo di esordio “Motel life” - diventato anche un film - così come dei successivi, fino al recente “The free”; in italia è appena uscito per Mondadori il suo terzo libro, "La ballata di Charley Thompson", con la traduzione di Fabio Genovesi. Una visibilità, quella da romanziere, notevolmente maggiore di quella da scrittore di canzoni con la sua band.

Ed è un peccato, perché le sue canzoni sono dei romanzi in 3-4 minuti, con una scrittura musicale altrettanto notevole. "Colfax" ne è l’ennesima conferma. I Delines sono una sorta di band spin-off dei Richmond Fontaine, formata con membri dei conterranei Decemberists e Minus 5 (entrambi di Portland), attorno alla voce di Amy Boone, che ha tutte le caratteristiche da “beautiful loser”; perfetta, insomma, per essere un personaggio di quel mondo minore, blue collar, al margine tra disperazione e speranza che popola le storie di Vlautin. Una voce rotta, toccante, eppure non sconfitta.

“La mia vita si riassume in una scena: io che a 15 anni rubo la macchina dei miei, la riempio di cose e scappo di casa. Guido fino al confine dello stato ma non ce la faccio a passarlo”, canta la Boone in “State line”, sulle parole di Vlautin; i suoi personaggi sono così: traditi (anche inconsapevolmente) dalla vita e da chi li circonda - che siano mariti, fratelli, genitori, amanti o amici. Spesso sono intrappolati nella loro esistenza, bloccati da confini più o meno visibili che non riescono ad attraversare. Eppure non si crogiolano nella disperazione; Vlautin - che ha scritto tutte le canzoni dell’album, tranne “Sandman’s coming”, cover di Randy Newman - li racconta senza giudicarli, con uno sguardo né pietista né freddo, semplicemente un po' romantico, un po' compassionevole.
La musica dell'album, poi, è una degna colonna sonora di questi romanzi: notturna, scura, magnifica, una sorta di “country soul” che rimanda ai momenti migliori di "We used to think the freeway sounded like a river” .

Se non vi interessa il lato “letterario” della questione - lo stesso che aveva preso il sopravvento in “The high country”, l’ultimo album dei Richmond Fontaine, un concept album a tratti un po’ difficile - potete prendere “Colfax” per quello che è: una stupenda collezione di canzoni notturne. “Americana” - inteso come genere musicale - allo stato puro: echi di Cowboy Junkies, di quel minimalismo sonoro dove non c’è una chitarra di troppo, dove la voce prova seriamente a spezzarti il cuore, e spesso ci riesce, se le concedi un po’ di attenzione e ti lasci andare. Uno dei dischi “di genere” più belli usciti quest’anno.
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