«BLONDIE 4(0) EVER - Blondie» la recensione di Rockol

Blondie - BLONDIE 4(0) EVER - la recensione

Recensione del 15 mag 2014 a cura di Andrea Valentini

La recensione

L’inevitabile celebrazione dei 40 anni, come accade alle persone in carne e ossa, è praticamente una tappa obbligata anche per band e artisti. E, proprio nello stesso modo, capita che le feste vengano bene, oppure siano solo una specie di formalità (più per accontentare chi ti sta intorno). Ed è qui che scatta l’ansia da prestazione, se uno non sta attento... così ti inventi un party nella Las Vegas Strip di Quarto Oggiaro, a base di ostriche surgelate, lap dance eseguite da ex cassiere disoccupate con figli a carico, brindisi con spumantini del discount e karaoke su cd compilation originali della golden age. Tutto questo invece di festeggiare con gli amici di una vita e goderti una cosa semplice e bella, magari bevendo una bottiglia buona a casa.
Perdonate l’intro prolissa e gravemente autoreferenziale, ma questa è la sensazione (soggettiva finché si vuole) che mi ha lasciato l’ascolto del doppio cd “Blondie 4(0)-ever”, che esce appunto per tributare onore ai quattro decenni di carriera di Debbie Harry, Chris Stein e Clem Burke (i pilastri della formazione, rimasti saldi in organico per tutto il tempo). C’è stato l’impulso – non frenato – di fare le cose in grande, sbagliando mira.
Facciamo un passo indietro per capire l’importanza dei Blondie: tra il 1974 e il 1978 sono stati tra i pionieri del nascente punk/wave statunitense, legati alla scena newyorkese di locali leggendari come Max's Kansas City e CBGB; ma proprio nel 1978, con l’uscita del terzo album “Parallel lines”, sono letteralmente esplosi – grazie a una virata verso territori mainstream pop e disco. Se mai dovessimo indicare un ipotetico gruppo di raccordo fra punk (e sue evoluzioni wave/post punk), disco music e pop da classifica, loro sarebbero l’esempio principe.
E non dimentichiamo, visto che stiamo snocciolando i meriti dei Blondie, l’iconica Debbie Harry, che con la sua figura da pin-up platinata, un po’ alla Marilyn Monroe del rock, ha regalato milioni e milioni di momenti piacevoli (non musicali e tragicamente solitari) ad altrettanti milioni di adolescenti, durante la sua carriera.

Bene: come viene celebrato tutto questo? Con un doppio album. Un cd di greatest hits della band reincisi per l’occasione e uno con una manciata di inediti appena estratti dal cilindro. Non sentite già il sapore dello spumantino del discount di cui sopra? Gradite due ostriche surgelate made in China?
Mi spiego. Reincidere i vecchi successi di norma non è mai una buona idea. Gli ascoltatori sono – giustamente – abituati a sentirli nelle loro versioni originali; se poi ci si limita a risuonarli, bene finché si vuole, ma offrendone versioni non radicalmente diverse (alla fine quello che balza più all’orecchio è la voce della Harry, più matura e meno squittente), viene a mancare la ragion d’essere per una simile operazione. Insomma, “Greatest hits – deluxe redux” (questo il titolo del cd antologico) dimostra che i grandi successi dei Blondie sono attuali e reggono ancora incredibilmente bene, ma nulla di più – ed è roba che più o meno tutti già sapevano. Di sicuro sarebbe stato più apprezzabile un greatest hits con le versioni originali, magari con qualche rarità, outtake e pepite d’archivio varie, al posto di questa karaokata fuori tempo massimo.
Veniamo, invece, al fatidico materiale inedito, quello contenuto in “Ghosts of download”... si tratta di 13 brani ecletticissimi – forse anche troppo – in cui Debbie e i suoi tentano di convincerci del fatto che il loro sound e la loro magia, nonostante il passare del tempo, sono ancora vivi e guizzanti. Risultato: un puzzle di colori, effetti, divertimento coattivo (avete presente l’animazione forzata nei villaggi vacanze o sulle navi da crociera?), fantasmi degli anni Ottanta grossi come il Marshmallow Man di “Ghostbusters – acchiappafantasmi” (altro che fantasmi del download!), elettronica da dancefloor un po’ baraccone, hip-hop sudamericano, echi di disco-pop alla Lady Gaga, qualche schitarrata concessa a Chris Stein. E una cover francamente trascurabile di “Relax” dei Frankie Goes to Hollywood.
Il rispetto per i Blondie resta immutato – la storia non si cancella. Ma, francamente, credo che nessuno sentisse il bisogno di questo doppio cd. Tantomeno di brani nuovi.
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