«TEETH DREAMS - Hold Steady» la recensione di Rockol

Hold Steady - TEETH DREAMS - la recensione

Recensione del 31 mar 2014 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Se la decenza e il rispetto per il mio editore, per il mio direttore e per i più formali tra voi non si mettessero di traverso, inizierei questa recensione con una raffica di imprecazioni tutte attaccate. Avete presente, no? Proprio come quando ci si ritrova davanti a una scoperta inaspettata, grande, difficile da descrivere mantenendo calma e razionalità... e allora l’unica cosa che riesci a fare è soffiare via una sventagliata di improperi appiccicati l’uno all’altro con il mastice.
Sì, il nuovo disco degli Hold Steady è proprio così: bello da far male. E lo dico anche se i fan più hardcore della band di Craig Finn e soci hanno già ampiamente fatto intendere che, per loro, “come i primi tre album non ce n’è” e questo “Teeth dreams”, nella migliore delle ipotesi, è un disco "discreto", sulla scia del predecessore.
Mi permetto di dissentire con una certa forza.

Le prime prove degli Hold Steady sono – senza ombra di dubbio – epocali nella loro potenza narrativa, anima rock, imprevedibilità e capacità di miscelare stili eterogenei (punk, folk, sonorità washingtoniane stile Dischord, classic rock, emo rock anni Novanta, indie, college rock, roots, Americana), ma l’evoluzione che si riscontra negli ultimi lavori non è necessariamente negativa. Anzi. Siamo di fronte a un gruppo che sta cambiando, invecchia, matura, trova punti di vista o scopre risvolti nuovi; proprio come accade alle persone. E la maturità degli Hold Steady li porta sempre più a entrare nell’élite dei grandi interpreti di quel genere che è tanto facile da citare a sproposito, ma difficile da suonare in maniera credibile e sincera: il rock americano. Ah, per pietà, capiamoci subito... non stiamo parlando di Bon Jovi, di Michael Bolton o dei Journey, come riferimenti musicali. Ok?

Insomma, “Teeth dreams” è vero e crudo American rock’n’roll, di quello coi riffoni, le melodie calde e malinconiche, il retrogusto di cartavetro in gola, i vestiti comprati in un mall semideserto in mezzo al nulla, un po’ di polvere negli occhi e la schiena rotta dopo qualche centinaio di miglia alla guida di un pick-up che perde i pezzi. Lo conferma immediatamente il brano di apertura, quella “I hope this whole thing didn't frighten you”, ruvida e avvolgente, cattiva e amichevole al tempo stesso. Epica da periferia senza vie di fuga.

I testi a molti, adesso, sembrano più generici e meno graffianti a livello letterario (lo “scavo” e approfondimento dei personaggi sono effettivamente inferiori - e le figure citate nelle canzoni sono quasi schizzi e disegnini, accenni), ma resta comunque una grande capacità narrativa ed evocativa. Se prima Finn offriva ritratti quasi proustiani, nella ricchezza di informazioni e dettagli, ora lascia all’ascoltatore il compito di “colorare” alcune aree di questi quadretti, accontentandosi di tratteggiare le linee più forti e fondanti. Poesia da baristi del New Jersey, di poche parole, ma con più acume di una squadra di antropologi e sociologi messi assieme.

La sensazione palpabile è che per comprendere appieno questo nuovo corso degli Hold Steady, probabilmente, la chiave di lettura sia proprio il brano che chiude “Teeth dreams” (peraltro l’album ha un titolo davvero suggestivo, che fa riferimento al significato dei sogni in cui c’entrano i denti e riflettono la sensazione di impotenza di fronte a una realtà che ci intrappola). Parlo della lunga suite “Oaks”: oltre nove minuti di ballata rock onirica, in cui la rassegnazione a un presente da vivere minuto per minuto viene diluita dall’equivalente psicologico di uno shottino di bourbon distillato da un moonshiner novantenne - che brucia la gola, ma regala un filo di speranza, se non altro in qualche momento di serenità, che un giorno o l’altro potrebbe arrivare. Ma chissà.
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