«OUT AMONG THE STARS - Johnny Cash» la recensione di Rockol

Johnny Cash - OUT AMONG THE STARS - la recensione

Recensione del 27 mar 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Un disco rispedito al mittente perché giudicato di scarso appeal commerciale diventa trent'anni dopo un'uscita prioritaria che scalda appassionati di musica, giornali, televisioni, uffici stampa e casa discografica (la stessa che allora scartò il progetto, per giunta). Paradossi e acrobazie dell'industria musicale, il business più volatile e imprevedibile che ci sia. Per provare a capire, bisogna salire sulla macchina del tempo e indossare occhiali che permettano di guardare le cose in prospettiva. Tra il 1981 e il 1984, l'arco temporale delle session contenute in questo "lost album", Johnny Cash viveva il momento più basso della carriera e una fase critica della sua esistenza: spiazzato dalle nuove mode musicali, finito in "rehab" per provare a liberarsi una volta per tutte dalla scimmia della tossicodipendenza che gli era improvvisamente ricaduta sulle spalle. La Columbia, che a fine anni '50 lo aveva strappato alla Sun ma che cominciava a trovarlo ingombrante, lo affidò nuovamente a Billy Sherrill, il re Mida del suono countrypolitan che già aveva prodotto senza grandi esiti "The baron", ma anche i nuovi frutti della collaborazione non convinsero i discografici. I nastri restarono in mano a Johnny, e sono stati riscoperti di recente da John Carter Cash (unico figlio nato dal matrimonio con June Carter) mentre faceva pulizia negli archivi di famiglia: li riascoltiamo ora intatti e immacolati, anche se riverniciati a nuovo grazie a qualche robusto ritocco assestato con consumata perizia e cognizione di causa da gente come Buddy Miller, Jerry Douglas Sam Bush, Carlene Carter e Marty Stuart, già protagonista con il suo mandolino e la sua chitarra delle session originali.

E' l'anello mancante tra il Cash dell'epopea del Man In Black e quello rivitalizzato da Rick Rubin nei '90 con le sue già leggendarie American Recordings, ha scritto qualcuno forse esagerando un po'. Ma certo suona difficile, con le orecchie di oggi e considerato lo status leggendario riconquistato da Cash negli ultimi vent'anni, capire come mai il pubblico e la casa discografica (che di lì a poco lo avrebbe scaricato) non fossero allora disposti a dargli nessun credito: perché queste incisioni - un "vero" album e non una raccolta di outtakes o di incisioni sparse - suonano fresche, vibranti, intense, divertenti. E il loro protagonista tutt'altro che in disarmo, anzi in splendida forma vocale con il vocione baritonale non ancora scalfito dalla malattia e dalla sofferenza che renderanno così fragili ed emotive i suoi straordinari testamenti musicali. Decisamente in palla a dispetto delle vicissitudini del momento, mentre negli anni '80 della new wave, del techno pop e del country prodotto in serie nella fabbrica di Nashville per lui sembrava non esserci più posto: oggi, per fortuna, la ciclicità della storia, le mutate condizioni del mercato e il ricambio degli uomini ai posti di comando offrono a questo disco "perduto" l'occasione di una meritata rivalsa.

Gli interventi di maquillage non si notano neanche troppo (a parte quel coro studentesco un po' ingombrante appiccicato in coda a "Tennesee", midtempo country peraltro di cristallina bellezza), e la qualità media del repertorio non lascia dubbi anche se "After all" è fin troppo pop e sentimentale per gli standard cashiani a cui siamo abituati. Per dire: il singolo di lancio "She used to love me a lot", già noto nell'interpretazione di David Allan Coe (un altro protetto di Sherrill), è puro Cash a cinque stelle, con quella folgorante immagine d'apertura ("L'ho vista oggi attraverso la finestra/sedeva al Silver Spoon Cafè") e il solenne, evocativo incedere sottolineato dalla chitarra elettrica riverberata e dalla steel (nel suo curioso ma non indispensabile remix aggiunto come bonus track, Elvis Costello ne accentua echi e profondità in chiave dub e moderna). La voce, da quei solchi, si erge carismatica e maestosa, e basta una prima "take" a catturarla in tutta la sua potenza; tutta dal vivo è anche la travolgente cavalcata honky tonk di "I'm movin on'", il classico di Hank Snow che Johnny reinterpreta in divertita souplesse con l'altro fuorilegge Waylon Jennings, capitato in studio per caso. C'è anche l'adorata June, ovviamente, con la voce arrochita che fa da sponda al marito nel bluegrass a rotta di collo di "Baby ride easy" (un "boom chicka boom" accelerato, già inciso da sua figlia Carlene), e nel delizioso, sereno country folk acustico di "Don't you think it's come our time".





Ed è cashiana fino al midollo "Out among the stars", storia di un disoccupato che in Texas rapina un negozio di liquori a mezzanotte e la cui uccisione rimbalza "in ogni salotto della città" attraverso il notiziario della sera: ma i cori femminili, la melodia aperta e il ritmo scoppiettante non hanno il mood malinconico della versione di Merle Haggard né l'austerità grave e tenebrosa di "I walk the line" o delle session pilotate da Rubin negli anni del crepuscolo. C'è, piuttosto, una baldanza anche sfacciata che evoca lo spirito irrequieto dell'artista (il rockabilly "Rock and roll shoes" è un inno alla sua instancabile vita on the road: "chitarre e toni squillanti sono nel mio sangue e nelle mie ossa") e che spesso si ammanta di humour: nero e macabro, nel country&western di "I drove her out of my mind" (dove Cash cita anche se stesso giocando con la sua immagine maledetta), divertito e malizioso in "If I told you who it was", racconto di un fugace incontro di una notte con una star del country dalle parti della Grand Ole Opry di Nashville (e un divertente, brevissimo cameo dell'icona del genere Minnie Pearl). Il Cash più pensoso e riflessivo è piuttosto quello dei due brani autografi, l' "honky tonk blues" di "Call your mother" che riflette con amaro disincanto sulla dissoluzione di un matrimonio e dei legami familiari, e "I came to believe", una ballata pianistica in cui il protagonista fa i conti con una "forza molto maggiore della mia" e con il trascendente rendendo conto del suo percorso mistico e spirituale. Sono i temi più "moderni" e personali del disco, quelli che effettivamente ricollegano "Out among the stars" all'ultimo scorcio di vita e di produzione, e a una delle più sorprendenti e toccanti rinascite artistiche che la storia della musica abbia mai conosciuto.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.