«CLOSE TO THE GLASS - Notwist» la recensione di Rockol

Notwist - CLOSE TO THE GLASS - la recensione

Recensione del 04 mar 2014 a cura di Ercole Gentile

La recensione

E così, tra un progetto parallelo, le famiglie ed i concerti, sono passati altri sei anni per il nuovo album dei Notwist.
Correva infatti il 2008 quando la band tedesca diede alle stampe “The devil, you + me”, un buon lavoro che si fece notare per maggiori influenze indie-folk rispetto al suo predecessore, il famoso “Neon Golden”.
Come al solito, i quattro si sono presi tutto il tempo che pensavano fosse necessario per dare alle stampe “Close to the glass”, settimo capitolo di una carriera iniziata dal metal/noise, transitata per punk e indie-rock e culminata con un vasto uso di macchine elettroniche. Per realizzare il nuovo album i Notwist hanno usato un metodo diverso rispetto al passato, registrando tutto in presa diretta e soprattutto in contemporanea, rimodellando i brani direttamente in studio (situato sempre nella loro Weilheim, in Baviera, nonostante nessuno di loro viva più lì) in un lavoro di squadra.
Ed in effetti “Close to the glass” è uno dei capitoli più eterogenei mai realizzati dalla formazione teutonica: ci si può trovare dentro dal glitch puro a base di synth, all'indie-tronica alla Notwist, fino a 'scampagnate' in territori shoegaze, cavalcate kraut e ballate acustiche. Il tutto, come spesso accaduto fino ad oggi, ad ottimi livelli.
Come, ad esempio, nell'apertura sintetica modulare di “Signals” o nella incalzante ed elettronica title-track e nella indietronica e tipicamente Notwist “Kong”; e ancora nel flusso sperimentale di “Into another tune”, nella delicata, acustica e malinconica “Casino”, negli echi di My Bloody Valentine di “7-hour- drive” e nelle origini kraut dei quasi nove minuti di “Lineri”.
“Close to the glass” sintetizza ciò che sono stati e ciò che sono i Notwist. Musicisti capaci, in oltre vent'anni, di evolversi, di re-inventarsi, di andare avanti, ma anche di fermarsi quando è stato necessario. E lo hanno fatto sempre con classe, sbagliando davvero di rado. D'altra parte sono si tedeschi, ma non sono robot. Quelli avevano un altro nome.
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