«G I R L - Pharrell Williams» la recensione di Rockol

Pharrell Williams - G I R L - la recensione

Recensione del 03 mar 2014 a cura di Michele Boroni

La recensione

Il primo (e precedente) disco solista di Pharrell uscì nel 2006, si intitolava “In my mind” e, nonostante fosse già un personaggio piuttosto popolare, non fu un gran successo. Era una raccolta di pezzi principalmente hip-hop senza infamia e senza lode: un paio di hook vincenti, la solita caterva di featuring e testi tutto money&pussy. Il disco aveva varie copertine che ritraevano l'icona fumettosa di Pharrell ideata dal designer di streetwear giapponese BAPE, una delle quali con una t-shirt “Billionaire Boys Club”, brand di abbigliamento creato insieme dai due. Insomma, una specie di Briatore black, più street e stiloso.
Quello che è successo negli anni successivi è una marea continua e incessante di collaborazioni, produzioni, comparsate e endorsement di vario tipo culminate nel 2013 con la terzina "Blurried lines", "Get lucky" e "Happy" che lo hanno trasformato nel reuccio del pop contemporaneo.
Pharrell nel frattempo ha compiuto 40 anni, si è sposato, ha figliato, si è messo in testa di diventare il nuovo Michael Jackson e ora, con un time-to-market perfetto, fa uscire il suo nuovo disco.
Guardate la copertina: una foto apparentemente poco glamour e cool (ma vedrete, avrà ragione lui quando quest'estate nelle vie di milano durante la fashion week sfileranno tanti bischeri con l'accappatoio e occhiali da sole), tre ragazze – ma non le classiche smandrappate da video hip-hop – appena uscite da una seduta in sauna o all'idromassggio, e poi lui, serio, pulito, appagato, sicuro e consapevole di sé (aiuto, il paragone con Briatore si fa sempre più puntuale...).
Ecco, quest'immagine racconta molto bene le intenzioni di questo disco e del nuovo corso di Pharrell Williams (nome e cognome) in cui vengono fatte delle scelte ben precise.
Primo: niente hip-hop. Nessun contrappunto rap, nemmeno una citazione di brand symbol for niggers, zero featuring degli amichetti con i catenoni, spazio invece al suo nuovo BFF Hans Zimmer che inserisce in partenza (“Marilyn Monroe”) un gran bel tappeto orchestrale, tanto per far capire al pubblico che qui si fa sul serio. Gran prossimo singolo, peraltro.
Secondo: ricordati degli amici, prendili un po' in giro, e tieniti vicino i diretti competitor. In “Gust of Wind” (il singolo che accompagna l'uscita del disco) insieme a Zimmer si ritrovano i Daft Punk, o il loro cartonato, nella versione robot (come li chiama Pharrell) sempre più tristemente vicina ai Rockets. Come dice Sun Tzu "Tieni i tuoi amici vicino, ma ancora più vicino tieni i tuoi nemici" e quindi ecco il pezzone “Brand new” insieme a Justin Timberlake, l'unico potenzialmente in grado di competere oggi con lui: nella canzone è difficile distinguere i falsetti dei due, ma è riconoscibilissima la chitarrina à la “I want you back” dei Jackson 5 (tanto per chi non avesse ancora capito qual è la matrice e l'obiettivo finale).
Terzo: prendi il meglio dei N*E*R*D e fallo tuo. La sottovalutata ex-band in cui militava il buon Pharrell ha realizzato delle ottime cose, mischiando rock, psichedelia e funk come solo pochi (Sly Stone, Prince) sono riusciti a fare. In brani come “Lost queen” e la finale “It girl” c'è un'evoluzione di quel suono, dove entrano in gioco anche ritmi africani, lunghi assoli di chitarra e cowbells. Ed è un vero piacere da ascoltare.
Quarto: ormai sei grande, sii "adult" (anche se non si capisce). Non solo "G I R L " (lo scriviamo almeno una volta con il caps lock e gli spaziosi, come da esplicita richiesta dell'artista) è un disco adulto per suoni e intenzioni – come nel funk-rock di “Hunter” che rimanda a “Once in a lifetime” dei Talking Heads e a “Rapture” dei Blondie - ma anche Pharrell, come ogni artista black che si rispetti, a un certo punto della carriera inserisce nelle canzoni i “temi spirituali”, anche se in modo superficiale. L'ex- Skateboard P intercetta il tema della mindfulness e lo inserisce nella ghost track “Freq” dopo “Lost Queen” ripetendo con il falsetto di Curtis Mayfield come un mantra “devi andare verso l'interno per vivere lo spazio esterno che è stato costruito per voi” (voi girls, ovviamente).
E così arriviamo al...
Quinto: The Message. E questo se lo poteva anche evitare. Ma c'è un riposizionamento da difendere e l'accusa di misoginia derivata dal testo di “Blurred lines” è una macchia che sporca la reputation del nostro sui risultati di Google. Ecco allora che l'intero disco è un inno alla donna, “forza fondamentale del mondo e pietra angolare dell'esistenza” come ha dichiarato alla presentazione del disco. Ma in questa celebrazione Pharrell non parla di diritti, parità di retribuzione e orari flessibili sul lavoro, ma di ciò che conosce meglio, cioè fare sesso con belle donne che non possono resistere al suo fascino (“Hunter”). Ecco quindi la comparsata di Miley Cyrus (“Come get in bae”) con una serie di metafore su sesso&motori che nemmeno nei migliori Hustler, mentre nelle note lascive di “Gush” Pharrell minaccia la tipa di turno di “fargli il culo in fiamme”. Insomma, un po' come Beyonce che fa la femminista con il connilingus degli altri.
Ah, ultima cosa. Di canzoni pop leggere e sublimi come “Happy”, qui c'è solo “Happy”.
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