SE VEDO TE

Warner (CD)

Voto Rockol: 3.5 / 5
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di Franco Zanetti

Se da quest’ultimo Festival di Sanremo ho avuto una conferma definitiva a un’opinione che già mi ero andata formando, è che i cantanti non sono in grado di interpretare i gusti del pubblico al quale si rivolgono. O, meglio: che spesso non si rendono conto che è sbagliato, profondamente sbagliato pretendere che il loro pubblico li segua nei loro tentativi di cambiare. La si potrebbe chiamare “effetto ‘La fabbrica di plastica’” (ricordate Gianluca Grignani?). Quando diventano popolari, i cantanti italiani si vergognano un po’ di esserlo diventati. Sarà perché si sentono sottovalutati dai sedicenti “critici musicali” (i quali non contano più una cippa e ragionano snobisticamente); sarà perché pensano che necessariamente le canzoni che cantano debbano rispecchiare una loro crescita - o un loro invecchiamento anagrafico; sarà che continuano a pensare che “pop” sia una parolaccia e non il miglior complimento che si possa fare a un artista che si muove nell’ambito dell’industria e del commercio; sta di fatto che – nel caso del Festival appena finito – ci sono stati parecchi esempi illuminanti di questa sindrome. Prendete il caso di Francesco Renga: presenta due canzoni, evidentemente è più soddisfatto di poter portare avanti quella meno pop e più percepibile come “nobile” (quella scritta da Elisa), ci riesce... e manca l’obbiettivo vittoria, che con “A un isolato da te”, canzone più immediata e cantabile, forse avrebbe centrato. Prendete il caso di Renzo Rubino: avrebbe voluto proseguire la gara con “Per sempre e poi basta”, canzone complessa per quanto interessante, e (per sua fortuna) è stato mandato avanti con “Ora”, più efficace e “facile”, ed è arrivato secondo – sì, lo so che tecnicamente sarebbe terzo, ma mi interessa più il risultato del televoto da solo, senza le distorsioni provocate dalla cosiddetta Giuria di sedicente Qualità. E prendete il caso di Arisa. Si presenta con una canzone di Cristina Donà – massimo rispetto, s’intende – e con una di Giuseppe Anastasi (molto più rispetto, per quel che mi concerne). La prima è una “canzone bella”, con una firma “d’autore”, ma francamente un po’ tediosa. La seconda è una “bella canzone”: una di quelle che, se il Festival fosse ancora importante com’era, i garzoni di fornaio (che non ci sono più neanche loro) avrebbero fischiettato la mattina dopo averla ascoltata in TV. E vince con quella, con “Controvento”: un gioiellino di canzone pop, che la prima sera sembrava aver cantato quasi distrattamente, e che – per sua fortuna – l’ha convinta sempre di più a ogni successiva interpretazione all’Ariston. Dopo la vittoria, in sala stampa, Arisa ha detto: “La mia canzone è estremamente pop, e probabilmente era giusto che vincesse perché il Festival di Sanremo è una manifestazione pop e io sono ‘anche’ una cantante pop”. Ma perché “anche”? Non si può essere semplicemente, “solamente” una cantante pop, ed esserlo senza trascurare anche la qualità delle canzoni pop che si scelgono e che si cantano (un luminoso esempio: Dusty Springfield)? Proprio mentre iniziavo a scrivere questa recensione ho letto una notizia di Rockol che riguarda Robbie Williams: uno che col pop e nel pop ci è nato. Dice: “Una volta pensavo che fosse importante essere come i Radiohead. Adesso sono pronto a diventare un entertainer per famiglie, è una definizione che non mi offende più". Bene, complimenti: è una presa di coscienza importante, a mio avviso. Perché di cantanti pop, in Italia, ce ne sono sempre di meno e invece ne avremmo tanto bisogno, perché è sulla musica pop che si regge la fruizione del pubblico, certamente non sulla canzone cosiddetta “d’autore” – leggi, purtroppo, il più delle volte “noiosa e pretenziosa” – che per continuare ad esistere e a far danni ha bisogno di sovvenzioni (vedi il Club Tenco, che senza i soldi del Comune di Sanremo avrebbe già chiuso da mo’). Una voce unica della scena italiana come quella di Alice è sparita dal radar del pubblico perché (legittimamente, beninteso) si è consacrata a un repertorio troppo cerebrale per poter intercettare il gusto popolare. Eppure di autori “pop” che le darebbero volentieri il meglio della loro produzione ce ne sono tanti. Poi non c’è da stupirsi se le loro canzoni finiscono alle Emma e alle Alessandra Amoroso – detto anche qui col massimo rispetto: cantano pop e non se ne vergognano. Ma sono rimaste da sole a presidiare il settore, e non c’è da stupirsi se vi spadroneggiano. La canzone italiana ha bisogno, ha disperatamente bisogno di interpreti bravi, capaci, intelligenti: se quelli bravi e capaci non sono così intelligenti da voler rimanere nell’ambito del pop, preservando e anzi incentivando la qualità della canzoni pop, è tutta la canzone italiana che si impoverisce. Poi ci si stupisce se Mina è ancora praticamente l’unica a scegliersi il repertorio e ad ascoltare tutto quello che le viene proposto: dov’è, se c’è, una Mina per gli anni in cui viviamo? A volte sembra che le belle voci delle generazioni più giovani – Renga, Arisa, Noemi – cerchino legittimazione dal cantare canzoni “d’autore”; e per conseguenza sono costretti, con le loro belle voci, a riqualificare in chiave pop, per quanto possibile, canzoni che se hanno dei pregi - “se” ne hanno - li hanno in un altro ambito, quello cantautorale. Che può piacere o no, e anche a me è piaciuto e a volte piace ancora; ma di danni ne ha fatti tanti, e sta ancora facendone, al mercato e alla canzone popolare.



Ora, e vengo nello specifico ad Arisa, quando ha pubblicato “Amami”, il suo terzo album, sono stati in tanti a dire e scrivere che “si sentiva il cambiamento rispetto al passato” e a darne merito a Mauro Pagani, che di “Amami” era il produttore. Be’, non è vero, o è vero solo in parte: perché sarebbe bastato ascoltare davvero i primi due album, “Sincerità” e “Malamorenò” – e non aver ascoltato solo i singoli – per rendersi conto che l’Arisa di “Amami” c’era già, nei due album precedenti, eccome. Adesso Arisa pubblica “Se vedo te”, un album che acquista ancora più importanza, nella sua carriera, alla luce della vittoria al Festival. Ed è per certi versi un album coraggioso, in cui Arisa sceglie di lavorare con autori giovani e indubbiamente promettenti (Angelo Trabace, pugliese del 1986, diplomato al conservatorio di Matera, già passato da Musicultura; Christian Lavoro, già nei Moka, già autore dell’inedito di Violetta a X Factor 2013; Antonio Di Martino, palermitano, già nei Famelika poi cantautore in proprio; Marco Guazzone, il più noto dei poco noti, grazie alla partecipazione a Sanremo 2012): un po’ come Mina, in fondo, Arisa offre la propria visibilità a (cant)autori emergenti o finora sconosciuti, ed è giusto rendergliene merito. E una canzone come “La cosa più importante” – che Arisa firma con Christian Lavoro – se sarà il prossimo singolo potrà dare all’album la spinta commerciale che gli serve, essendo, appunto, una “bella canzone”. Meno felice è “Quante parole che non dici”, cofirmata da Arisa con Di Martino, che ha belle idee nei testi ma un ritornello un po’ scomposto dopo una strofa efficace. E non mi convince granché “Dimmi se adesso mi vedi”, di Marco Guazzone; mentre la conclusiva “Stai bene su di me” (ancora Arisa/Di Martino) è suggestiva, anche qui più nella strofa che nel ritornello, uno di quei ritornelli che non osano restare semplici e si complicano inutilmente. C’è anche una canzone di Dente, “Sinceramente”, che mi pare mal servita da un arrangiamento inutilmente invadente (un po’ come l’iniziale “L’ultima volta” (di Trabace) che da una veste sonora più sommessa ci avrebbe guadagnato. Ecco, il fatto che l’album sia stato affidato a tanti diversi produttori e arrangiatori (Carlo U. Rossi, Saverio Lanza, Giuseppe Barbera) lo rende un po’ discontinuo – o, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, abbastanza variegato. A unificarlo c’è la voce sempre impeccabile dell’interprete, quasi sempre impiegata sul registro “adulto” – l’Arisa con la voce di “Sincerità” la troviamo solo in “Chissà cosa diresti”, una delle quattro canzoni di Cristina Donà (le altre sono “Se vedo te”; “Lentamente” e “Dici che non mi trovi mai”). Una volta quelli che si piccavano di essere “critici musicali” usavano spesso l’espressione “album di transizione”: ecco, volendo “Se vedo te” è appunto un album di transizione. Verso quale direzione non lo so, né è molto chiaro: so in quale direzione mi piacerebbe andasse Arisa, ma temo non sia la stessa che ha in mente lei.