«DIRTY GOLD - Angel Haze» la recensione di Rockol

Angel Haze - DIRTY GOLD - la recensione

Recensione del 16 gen 2014 a cura di Pop Topoi

La recensione

La storia di Angel Haze è incredibile. La rapper di Detroit è cresciuta in una comunità religiosa che lei descrive senza mezzi termini come una setta e, tra i vari divieti che le venivano imposti, c'era quello di ascoltare musica profana. Il suo primo contatto con la cultura popolare avvenne solo alle superiori, quando la sua famiglia si allontanò dalla comunità e lei riuscì ad ampliare i suoi orizzonti, diventando un'ascoltatrice onnivora con un forte bisogno di recuperare tutta la musica che noi diamo per scontata. Il passo successivo, e si direbbe terapeutico, fu raccontare la sua esperienza in versi.
Quando uscì la sua prima mixtape nel 2012, "Reservation", le major fecero a gara per conquistarla: oltre ad avere una storia fuori dal comune, Angel Haze mostrava un talento spaventoso nel tradurla in rap. Nella seconda mixtape, "Classick", si spinse ancora più avanti, raccontando con coraggio degli abusi sessuali subiti in passato tramite una rabbiosa rivisitazione di "Cleaning out my closet" di Eminem.
Oggi Angel Haze dice su YouTube di volere essere "la voce di chi non ha voce" ma, forse proprio per l'ansia di recapitare il suo messaggio il prima possibile, ha commesso un errore che potrebbe costarle la carriera. A metà dicembre, stanca di seguire gli ordini e i piani della sua casa discografica, lei stessa ha caricato su Soundcloud l'atteso LP di debutto (slittato più volte e previsto per marzo). Universal si è trovata costretta a pubblicarlo di fretta e furia nel periodo peggiore dell'anno e "Dirty gold" è apparso attraverso i canali ufficiali il 30 dicembre. Il risultato? 857 copie vendute nel Regno Unito, posizione 196; non pervenuta nella Billboard 200.




Il suo messaggio era davvero così urgente da non potere aspettare altri tre mesi in un hard drive? Be', no. L'album è perlopiù un manuale di auto-aiuto come se ne sentono tanti, con futili intervalli parlati che incoraggiano l'ascoltatore a non buttarsi giù o addirittura a non suicidarsi ("Angels & airwaves"). Pur con le migliori intenzioni, questi appelli suonano piuttosto stucchevoli e, a meno che da qui a marzo "Dirty gold" riesca effettivamente a salvare qualcuno che sta per lanciarsi dal balcone, presuntuosi. E Angel Haze sembra solo l'ennesima popstar contemporanea a proclamarsi guida spirituale per fan che vengono presi in giro a scuola.
Tuttavia, ci sono momenti in cui riesce a capovolgere i cliché con grande efficacia: in "Black synagogue", esamina l'ipocrisia e l'opportunismo delle istituzioni religiose senza smettere di porsi domande sulla sua fede; in "White lilies/white lies", si chiede quali siano la storia e le motivazioni della spogliarellista che le balla davanti – e lo fa su un brano che potrebbe cantare, senza tutto questo interesse antropologico, Rihanna.
Dal punto di vista musicale, l'album si divide tra ispirazioni EDM e ballate molto classiche. Chi ha seguito Angel Haze negli ultimi due anni è abituato a sentire i suoi freestyle costruiti su pezzi di Missy Elliott, Jay-Z, Kanye West, il già citato Eminem o addirittura Gil Scott-Heron (l'eccezionale "New York"). Ritrovare la potenza di basi già molto famose era ovviamente impossibile – né si poteva pretendere un debutto mainstream graffiante come le sue mixtape – ma i collaboratori fanno un ottimo lavoro nel creare un involucro pop adatto alle radio senza snaturare l'interprete. Le produzioni di Markus Dravs (Arcade Fire, Mumford & Sons) e Greg Kurstin (Lily Allen, Kylie Minogue), più la sempre gradita voce di Sia, aiutano Angel Haze a smussare gli angoli e prepararla alle classifiche. Classifiche a cui, tuttavia, ha perso la possibilità di accedere, sabotandosi con le sue stesse mani.
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