«GIVE THE PEOPLE WHAT THEY WANT - Sharon Jones & The Dap-Kings» la recensione di Rockol

Sharon Jones & The Dap-Kings - GIVE THE PEOPLE WHAT THEY WANT - la recensione

Recensione del 14 gen 2014 a cura di Michele Boroni

La recensione

In questi anni in molti si sono affrettati a liquidare tutto quel movimento soul che arrivava da Brooklyn e da Londra dentro la cartella (ormai colma) della retromania. Per carità, non che i prodotti dell'etichetta Daptone siano portatrici di suoni innovativi e atmosfere sperimentali - tutt'altro - poi però ti accorgi che i Dap Kings sono i responsabili sonori di uno dei dischi pop più strabilianti degli ultimi vent'anni (“Back to black” di Amy Winehouse) e che dal vivo, insieme a Sharon Jones, hanno portato per anni sul palco uno degli spettacoli più eccitanti di sempre, anche secondo chi non ama il soul. E quindi è necessario cambiare il punto di vista, non ancorarsi sul solito logoro preconcetto e farsi trasportare dall'emozione.
A questo loro quinto lavoro da studio, inoltre, si abbina anche una storia che aggiunge altra emozione e trasporto. L'uscita del disco era stata preventivata per agosto, ma a giugno viene diagnosticato alla 57enne cantante un tumore alle vie biliari; così, per la prima volta, la famiglia Dap Kings interrompe un ciclo lungo dodici anni di live e sessioni di studio, rinviando la data di uscita del disco a tempo indeterminato. Il trattamento di chemio a cui viene sottoposta la Jones è per fortuna miracolosamente rapido e completo, e quindi ecco questo “Give the people what they want” che si apre con una chiara dichiarazione di trionfo sotto forma di canzone: “Retreat!” pare rivolgersi direttamente al morbo “So if you know what’s good for you, retreat. What a fool you’d be to take me on”.
Non solo vengono ricreati quei magici suoni del soul anni '60 della scuola di Memphis, Detroit e Chicago, come nei precedenti lavori della band, ma qui oltre alla solita cura nell'arrangiamento, esecuzione e produzione, si aggiunge anche un songwriting sopraffino. Dallo sporco sax baritono che traccia la linea di “Stranger to my happiness” al meraviglioso slow finale “Slow down, love” è tutto un flusso continuo di lussureggiante soul e battiti funk con una band in stato di grazia, quasi con un'impostazione da orchestra, a servizio della regina tornata in studio (e prossimamente anche sul palco, fregandosene della crapa pelata che sfoggia anche nel video di “Stranger to my happiness” con spirito ancora più combattivo.
Non vengono abbandonati i temi classici della Daptone sulle disuguaglianza sociale come in “People don't get what they deserve”, ma c'è anche il divertimento anche a ricreare le atmosfere languide come in “Making up and breaking up (and making up and breaking up over again)” dove sembra una Diana Ross in versione Supremes su un pezzo di Smokey Robinson o, come in “Now I see”, che dopo un inizio alla “Try I little tenderness” si trasforma in una magnifica canzone Northern Soul.





Insomma, c'è poco altro da dire. Bisogna solo ascoltare, fregandosene della storia del revival. Perché forse oggi c'è ancora il bisogno di storie epiche e quotidiane di coraggio e rivincita dell'anima. Questo è ciò che mi piace pensare la gente voglia.
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